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Archive for the ‘Dance Dance Dance’ Category

Invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami  mi sta aiutando a tessere un complicato intreccio. 

Partita da un albergo di Sapporo, sono discesa in un pozzo profondo dove guardavo con mille occhi la realtà; in una radura ho visto un bagliore argentato rubare per sempre i ricordi ad un bambino che invecchiò senza poter crescere e si ritrovò in una stanzetta invasa da mille videogiochi a progettare la morte.

 

Ho guardato il Giappone che mi hanno mostrato, narcotizzato dal dolore più grande che l’umanità abbia mai regalato. L’ho visto galleggiare con leggerezza  ironia sopra un fungo gigante, guardando cartoni animati che per mille volte raccontano come riuscire a sconfiggere i mostri e continuare a vivere in una realtà deformata.

 

 

Se volete guardare il Giappone attraverso la Lente Superflat di Takashi Murakami, artista visivo e fondatore della Kakai & Kiki, e di Hiroki Azuma, critico e filosofo, leggete la pagina di questo sito dedicata al movimento SUPERFLAT, attualmente in costante aggiornamento. Lì, oltre ad alcuni post, che descrivono il percorso che mi ha portato ad interessarmi dal movimento SUPERFLAT,  potrete leggere testi di questi due autori, altrimenti non disponibili in italiano su internet.

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Ok, non sono stata ai patti, non ho scritto nulla su Dance Dance Dance. Ho lasciato che passassero settimane e non ho scritto nulla. Forse non avevo voglia di fare il lavoro certosino che mi ero proposta.  Un capitolo a settimana: rileggere, sottolineare, chiosare e trarne delle annotazioni. Una parte di me lo sentiva come un noioso esercizio di presunzione. E poi c’è stato altro. Presa dalla foga della fan neofita mi sono fiondata in libreria  e ho comprato un altro romanzo di Murakami, contravvenendo a due, preziose, regole. Una me l’ ero data io stessa: la prima lettura andava fatta sui volumi delle Biblioteche del Comune di Roma, emerita istituzione che mi fa sentire cittadina di una repubblica socialista sovietica. Migliaia di volume a disposizione, gratuitamente, di chi li vuol leggere. Lettura gratuita, dunque, e che impedisce qualsiasi intervento di penna o matita sul volume. Lettura di immersione. La seconda regola, non mia, ma che forse il buon senso doveva suggerirmi, era quella di far passare un po’ di tempo, di dare un po’ di respiro perché Dance Dance Dance si sedimentasse nei miei pensieri, prima che un nuovo romanzo cercasse di trovare spazio nella mia mente.

Dunque, lettura azzardata di un nuovo romanzo: La ragazza dello Sputnik.

Nel nuovo romanzo non c’era nulla da sottolineare. L’ ambientazione, glamour, era deludente, eppure… Non ho mai letto niente di più triste. Niente che mi riportasse con simile precisione al nodo della mia tristezza: la solitudine, la condanna ad una solitudine che può essere guarita da un solo essere vivente, unico, preziosissimo esemplare della razza umana che sa radicarci alla realtà, che ha il dono di aprirci alla vita.

La lettura de La ragazza dello Sputnik mi ha lasciato in uno stato di prostrazione che in agosto, io, non posso permettermi. Agosto lo passo a Roma, da sola, completamente sola. Ho deciso quindi di tenermi lontana da qualsiasi cosa fossa riconducibile a Murakami e di buttarmi nella lettura di Tiziano Terzani. T.T. è una compagnia che mi rasserena. Leggere i suoi libri è per me come starmene al caffé a sentire i racconti eccessivi di un uomo dominato dalle sue passioni eppure estremamente onesto, sincero e dotato di un amore per la vita che può curare qualsiasi mia evaporazione.

E qui arriviamo al punto.

Da sempre soffro di un fenomeno che quando ero piccina era un vero e proprio disturbo di percezione spazio temporale. All’epoca lo chiamavo Velocite. Mi succedeva invariabilmente quando mi trovavo da sola, mi sentivo sola. Era un sensazione che si insinuava dentro di me e da cui nelle prime fasi potevo uscire con le mie sole forze, ma che in un secondo momento non riuscivo più a controllare. Allora dovevo ricorrere a mia sorella. A volte bastava la sua voce, a volte era necessario che mi prendesse la mano, che mi sfiorasse un braccio. La Velocite era una sensazione paurosa ed affascinante. Ciò che accadeva intorno a me, da prima al mio esterno, poi nei miei pensieri, diventava contemporaneamente molto veloce e molto espanso, lento. Le sensazioni tattili mi rimandavano la percezione che le parti del mio corpo fossero molto piccole e nello stesso tempo immense. Crescendo, sono guarita dalla Velocite,  è subentrata, però, la sensazione di evaporare, di perdermi, di svanire, di perdere il contatto con la realtà così com’è. Quando mi sento sola, quando non so dove siano le persone che mi legano a questo mondo, ho la sensazione di essere un palloncino che rischia di scomparire nel cielo, ho bisogno che la mia Fata Turchina faccia il suo incantesimo e comparendo mi leghi a questo mondo. La mia Fata Turchina ha i baffi ed è un uomo sensibile, ma pratico e mi ci è voluto molto per convincerlo che i miei stati di evaporazione non erano capricci molesti, ma moleste esperienze con cui combattevo ogni giorno e che solo a volte mi trovavo costretta a ricorrere al suo aiuto. Ma questa è un’altra storia.

Dopo aver letto molte pagina in compagnia di T.T., dopo aver passato giorni interi senza avere contatti con nessuno, sono arrivata ad una conclusione, o meglio ad uno spiraglio di realtà interessante, rasserenante.

Ho capito quanto sia prezioso lo scorrere del tempo: il passato, il presente e il futuro, il tempo tutto insieme, a formare la tua esperienza, a permetterti di esistere. Ho capito quanto tutto questa succeda, inesorabilmente, e che basta accorgersene per essere più tranquilli. Ho sempre percepito il presente come un incursore che spara su di te eliminando il passato. Tutto può rinascere in ogni istante, tutto può svanire. Gli altri, i miei legami, quelle persone che contro ogni mia previsione profonda, restavano, sono restati erano tutto ciò che rendeva la mia vita un procedere dal passato al presente, forse verso il futuro, ma io, da sola, non riuscivo a percepire la realtà del tempo. Leggendo Murakami e poi Terzani, ho visto altre vite, ed è stata una grande lezione. Murakami, come me, ha bisogno di quei preziosi e rari legami per avere accesso al presente, nella sua brillantezza. Murakami, come me, ha accesso a diversi mondi temporali e da solo non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. Lievemente, da Giapponese qual è, aspetta che qualcuno arrivi e gli apra le porte di un mondo di cui lui non ha le chiavi. Condividere la stessa difficoltà nel vivere con qualcuno, è un passo importante. Ti fa sentire più forte la tua natura di essere umano, di dà spunti per capire ciò che ti succede e quale sia la direzione in cui cercare. Tiziano Terzani, solo alla fine si è trovato a farsi domande sulla propria natura e intanto ha vissuto, ha vissuto la Storia, l’ha cercata, annusata, ha lasciato che gli stravolgesse l’esistenza, l’ha cercata poi in tutto ciò che la vita gli aveva regalato, ha cercato il filo della Sua storia. Ha sempre vissuto nel tempo, nel cambiamento come nella sedimentazione, e con questo ha avuto in dono la varietà, la molteplicità dell’esistenza. Ho creduto di vedere nella sua vita quest’insegnamento, lo stesso che è racchiuso nelle pagine di Dance Dance Dance: solo se accetti che la tua esperienza si snodi nello scorrere di questo universo temporale, in cui il passato, il presente e il futuro sono collegati con un ritmo ben preciso, solo se danzi, solo se non smetti di danzare al ritmo del tempo che scorre, troverai la strada che ti conduce alla realtà, quella realtà brillante, piena di luce che illumina le mille sfaccettature di cui è composta.

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Pag. 8

Questo posto non è solo un albergo, è uno stato mentale. Uno stato mentale che ha assunto la forma di albergo. Rimetterci piede significa confrontarsi con le ombre del passato.

Il primo capitolo contiene gran parte delle linee di sviluppo del libro e introduce le suggestioni teoriche ed etiche che ci accompagneranno lungo tutto il racconto. 

Fin dalla prima riga veniamo guidati alla scoperta dell’ Albergo del Delfino, snodo spazio temporale che separa due universi percettivi, l’uno legato allo scorrere del tempo, alla realtà, ai legami tra individui; l’altro galleggiante in un limbo dove una forma di vita orfana, estinto il suo vettore evolutivo, è rimasta sospesa, immobile.

Continua prossimamente

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Non leggo quasi mai romanzi, non è il mio genere di lettura. In bagno leggo le avvertenze dei medicinali e le istruzioni per l’uso di creme e detersivi, a volte i cataloghi di Ikea. Prima di dormire qualche pagina scritta da buddisti vari: tibetani, vietnamiti… bastano poche righe per scivolare nel sonno.

Dance Dance Dance. L’ho tenuto sul comodino per molto tempo. Lo aprivo a caso e leggevo qualche pagina. Era meglio di qualsiasi saggio buddista: l’atmosfera più avvolgente, la trama più evanescente. Quando non ho più trovato pagine nuove aprendolo a caso, ho letto la prima pagina e ho continuato fino alla fine. Poi ne ho regalato una copia ad un divoratore di libri di Stephen King – il divoratore è una persona molto saggia, ma ha alcune piccole, riprovevoli manie – e ho ricominciato a leggerlo ancora una volta, usando il mio volume come blocco per appunti e annotazioni. Contemporaneamente ho pensato di mettere le mie riflessioni su di un blog. Faccio blog per qualsiasi cosa e ne faccio alcuni anche per persone o gruppi che svolgono attività certo più utili delle mie. Alcuni fanno cose decisamente degne di nota e per me, renderne edotta la Rete, è un privilegio.

Comunque, stavolta avrei fatto un blog letterario, iniziando dal capitolo 1, decisa ad arrivare al 44.

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