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Archive for the ‘Murakami Haruki’ Category

Ho chiesto a Claudia di scrivere qualcosa per il blog. Qualcosa che riguardasse Murakami o il Giappone o il suo modo di guardare il Giappone attraverso la lente di Murakami.
Questo è il suo racconto. A me è piaciuto moltissimo !


67 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Concorso internazionale di lungometraggi in prima mondiale.
Noruwei no mori (Norwegian Wood) di Anh Hung Tran – Giappone, 133′

Proezioni:

2 settembre 21:30 – Sala Grande

2 settembre 22:30 – PalaBiennale


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Da bambini avevano costruito un’ intimità perfetta e nel ricordo di quella intimità perfetta avevano smesso di vivere. Avevano rinchiuso quel ricordo dentro al cuore , lo avevano trasformato nel desiderio più grande. Non avevano più concesso a nessuno – a nessun sentimento a nessun istante – il privilegio di scendere così in profondità. Come in una maledizione, erano rimasti imprigionati tra le note di una canzone, in un luogo, in un tempo ormai immobili. Avevano smesso di ballare sul filo del tempo ed erano caduti nel pozzo del nulla. E quando hanno provato a tornare a danzare, per loro non c’era più un tempo, non c’era più vita, c’era solo il vuoto.

Murakami è un compagno fedele delle mie giornate vuote intorno al Ferragosto, quando tutto è sospeso.

Ho impiegato solo due giorni a leggere questo libro. Continuavo a leggerlo, volevo sapere come andava a finire. Non posso dire che mi sia piaciuto. Volevo solo sapere come andava a finire. Ad un certo punto ero così stanca della banalità di Hajime, il protagonista del romanzo, che stavo per rinunciare ad andare avanti, poi qualcosa è finalmente successa e sono rimasta con gli occhi tra le pagine. Murakami conosce il suo mestire, sa fino a dove spingersi nel suo vagare nel vuoto e quando introdurre un appiglio, ho pensato.

A sud del confine è solo una canzone.

A sud del confine c’è il Messico. Da bambini Hajime e Shimamoto, l’amore adolescianziale, solo intimamente vissuto, poi perduto e infine ritrovato del protagonista, ascoltavano quella canzone e la vita era solo agli inizi, come un combattimento di kendo era ancora all’ “hajime!”.

A ovest del sole è il luogo dove va a morire chi è colto dallo spaesamento, dalla mancanza insistita di punti di riferimento. Come succede ai contadini Siberiani, che immersi nel nulla giorno dopo giorno, ad un certo punto sentono che dentro di loro qualcosa muore e iniziano a vagare in direzione del sole morente.

” Ma che cosa ci sarà mai a ovest del sole?” le chiesi.

Lei scosse la testa. “Non lo so. Potrebbe non esserci nulla, come potrebbe esserci qualcosa: di sicuro però è un luogo diverso dal sud del confine.”

Murakami parla d’amore in questo romanzo. Ma di più parla di morte. Della tentazione della morte, della tentazione di rimanere ancorati a quel vuoto che può venirci incontro quando sospendiamo le nostre abitudini quotidiane, le sole che ci permettano di vivere, di dare un ritmo al tempo. C’è una donna nel romanzo che ha il ruolo di mostrare la forza dei piccoli gesti che danno un contorno vivo alle giornate di Hajime. Una donna giovane, bella ma con cui lui parla solo di cibo e vestiti, mentre aspetta la che la figlia esca da scuola. Una donna bella che non lo strappa con la forza del desiderio alle sue abitudini, ma le rafforza con quel lieve parlare di quotidianità. La forza del desiderio è in questo romanzo il tranello che il vuoto usa per scompigliare la vita di Hajime, che lo rende capace di abbandonare ciò che fino a quel momento ha dato forma alla sua vita. Ciò che gli permette di tradire la cura che fino a quel momento lo ha reso felice. Hajime, trasportato dal desiderio, tradisce e abbandona, generando in chi lo ha amato quel vuoto mortale .

Quando veniamo traditi e abbandonati e ci caliamo in questo pozzo, veniamo catturati da questo pozzo. I nostri occhi non possono parlare, perché si sono riempiti di quel vuoto, il nostro volto spavento i bambini, perché privo di ogni espressione.

Murakami indagata in ogni libro questo nulla che ci cattura. Per chi pratica il buddismo è molto interessante ascoltare un giapponese che scruta il nulla e le strade per sfuggirvi. Il nulla come morte e non come luogo dove tutto è possibile. E’ interessante, è l’altro lato della medaglia di cui la tradizione buddista non parla mai. Nella tradizione che seguo, il Sentiero Shambhala, si parla del sole morente dell’ovest, ma questo sole designa un luogo diverso, anche se parla dello stesso luogo. Perché è un luogo che si genera al nostro interno, in un identico processo di fuoriuscita dal presente, ma che viene costruito per aggiunte e non per sottrazioni. Un luogo carico di abitudini, di schemi. Una gabbia che ci stritola per la sua abbondanza. L’ovest abitato da Shimamoto e Hajime è invece un luogo che per non vivere il presente – per vivere il passato – crea un vuoto.

Se cerchi il vuoto, se cadi nel vuoto, potresti rimanere lì per sempre, diventare inafferrabile per chi è vivo e restare ad un passo dalla morte, finché la morte non ti afferra, prima del tempo.

E Hajime ha deciso di seguire Shimamoto a ovest del sole, perché lei è lì e lui vuole stare con lei. Ma lei non lo porterà con sé, scomparirà. Lei viene a va con pioggia, arriva sempre con la pioggia e poi scompare per un po’ per poi forse tornare. Lui la desidera. E questo desiderio totale non gli permette di vivere. Sospende la sua vita, in attesa che lei torni, pronto a rinunciare a tutto se solo lei tornerà.

Da bambini avevano costruito la loro intimità perfetta e nel ricordo di quella intimità hanno smesso di vivere, in maniera più o meno consapevole avevano rinchiuso qualcosa dentro il cuore e non avevano più concesso a nessuno – a nessun sentimento a nessun istante – il privilegio di di scendere così in profondità dentro di loro.

Come in una maledizione, vivevano imprigionati tra le note di una canzone, in un luogo, in un tempo ormai immobili. Avevano smesso di ballare sul filo del tempo ed erano caduti nel pozzo del nulla. E quando hanno provato a tornare a danzare, per loro non c’era più un tempo di vita, solo il vuoto.

Ma Hajime si salverà. Nel finale del libro il passato gli si mostra – privo del fascino di Shimamoto, nel viso spento, inespressivo, spaventoso come la morte della sua prima fidanzata, Izumi, morta alla vita per il tradimento di Hajime – e poi scompare, come scompare dal suo cassetto una busta che lo legava a Shimamoto. Hajime allora riesce a tornare al presente del suo amore per la moglie Yukiko e per le figlie, che aspettano ogni giorno un giorno nuovo da vivere.

Questo libro parla anche di altre cose, ho letto alcune recensione nella rete, alcune molto belle, e in ognuna si parla di un differente aspetto del romanzo.

Questo di cui qui ho scritto è solo quello che è ha avuto risonanza nella mia mente.

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AFTER DARK

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L’ho appena iniziato. Consonanze e leggerezza, come sempre.

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Invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami  mi sta aiutando a tessere un complicato intreccio. 

Partita da un albergo di Sapporo, sono discesa in un pozzo profondo dove guardavo con mille occhi la realtà; in una radura ho visto un bagliore argentato rubare per sempre i ricordi ad un bambino che invecchiò senza poter crescere e si ritrovò in una stanzetta invasa da mille videogiochi a progettare la morte.

 

Ho guardato il Giappone che mi hanno mostrato, narcotizzato dal dolore più grande che l’umanità abbia mai regalato. L’ho visto galleggiare con leggerezza  ironia sopra un fungo gigante, guardando cartoni animati che per mille volte raccontano come riuscire a sconfiggere i mostri e continuare a vivere in una realtà deformata.

 

 

Se volete guardare il Giappone attraverso la Lente Superflat di Takashi Murakami, artista visivo e fondatore della Kakai & Kiki, e di Hiroki Azuma, critico e filosofo, leggete la pagina di questo sito dedicata al movimento SUPERFLAT, attualmente in costante aggiornamento. Lì, oltre ad alcuni post, che descrivono il percorso che mi ha portato ad interessarmi dal movimento SUPERFLAT,  potrete leggere testi di questi due autori, altrimenti non disponibili in italiano su internet.

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Ieri ho rivisto Dersu Uzala. Dersu Uzala è il mio film preferito, da un anno a questa parte.

Ieri ho rivisto Dersu Uzala e i miei pensieri hanno cominciato a rimescolarsi. Ho fatto anche cose di cui non vado orgogliosa, dopo aver visto Dersu Uzala, come se la mia mente cercasse la via d’uscita dal suo labirinto, ad ogni costo. Anche a costo di farsi aiutare da un essere umano troppo piccolo, troppo giovane, per svolgere il ruolo di madre padre amico e maestro. Ma questo è la storia della mia discendenza. Le madri chiedono aiutono alle figlie quando sono a corto di saggezza.

 

Stavamo parlando, era notte, faceva freddo. Dersu guardava il fuoco.

“Se tua vita cambia, se un giorno tua vita cambia, tua moglie muore, tuo figlio muore, tua casa brucia, non puoi cancellare quello che successo. Se un giorno tuo fratello ruba tua moglie tu devi andare, solo, fino al giorno che non sarà momento di tornare. Un anno, due anni quaranta anni… tu non sai. Tuoi pensieri dovranno viaggiare. Solo dopo tu poi tornare.

Caro Dersu – come direbbe il tuo capitano – nella taiga ognuno aveva il tempo e lo spazio per guardare dentro il suo destino. Ognuno sapeva che era giusto così, che ogni vita racchiude un enigma da svelare, una sofferenza da guardare in controluce, per tutto il tempo che serve. Noi non lo facciamo, andiamo avanti, sempre avanti e la vita di molti sembra vita da buttare.

– Chiama il vecchio, digli di venire con noi vicino al fuoco.

Diceva il tuo Capitano.

– No, lui adesso pensa. Lui vede suo giardino, fiori…

Io so, da tanto tempo, qual è l’enigma che devo risolvere. Vivo dei miei tentativi di risolverlo, ma non ci penso poi così spesso. Perché la vita luccica di mille luci e vorrei vederle tutte quante. E allora mi ritrovo a vivere come se l’enigma non esistesse, come se fosse già risolto, come se mi avesse lasciato libera. Ma non è così. Il destino che mi accompagna si ripresenta sempre.

Vi ricordate L’Uccello che girava le viti del mondo? Vi ricordate del pozzo, dove Toru scendeva per trovare il senso di ciò che gli era successo? Forse i pozzi non fanno al caso mio, forse nella taiga e negli incontri con i capitani russi c’è qualcosa di più famigliare ai miei occhi, ma la necessità di scioglieri i nodi del destino è la stessa.

Leggi la seconda parte

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Qualche giorno fa mi ha scritto Alessandro. Alesandro ha 29 anni, scrive e legge Murakami. Nella sua lettera propone un tema interessante: la percezione che il pubblico occidentale ha delle storie di Murakami; come molti di noi ambientino nella loro mente le vicende che narra senza immaginare tratti orientali sui visi dei personaggi. Su questa tema mi piacerebbe che altri lettore esprimessero le loro sensazione e le loro riflessioni: sarebbe interessante!

 

La cosa che più mi ha colpito di lui la prima volta che l’ho letto è stata la sua nazionalità; a parte la saggezza, le trame oniriche e il culto del paesaggio e del cibo, non facevo Murakami un giapponese. O meglio, non lo intendevo in quanto tale. Ancora adesso non riesco a decodificare i suoi protagonisti in maniera orientale, tutti mi sembrano avere lineamenti occidentali. E pensare di uno scrittore che dall’altra parte del mondo riesce attraverso i suoi personaggi a delineare con esattezza gli stati d’animo di un milanese di provincia, mi ha colpito in pieno. Ma è forse questa la grande potenza dei bravi scrittori: l’ubiquità, starsene cioè in più luoghi e in diversi periodi contemporaneamente. Succede per Dostoevskij, succede per Hemingway. E succede per Murakami. Spero anch’io un giorno di poter sfruttare questa provvidenza.
Ale

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