
L’ho appena iniziato. Consonanze e leggerezza, come sempre.

L’ho appena iniziato. Consonanze e leggerezza, come sempre.
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Finora ho parlato del Superflat in una prospettiva subculturale, approfondendo il rapporto tra cultura Otaku e Giapponesismo. Ora, invece, offronterà l’orgomento Superflat da un punto di vista più filosofico, scandagliando il rapporto tra cultura Otaku e postmodernità.
Takashi Murakami, quando parla del movimento Superflat, enfatizza la sua qualità superficiale. Il mondo Superflat non ha profondità, non conosce l’occhio del fotografo, né la prospettiva. La radicale esplosione dell’immaginazione e degli esperiementi figurativi, emerge per riempire questa mancanza di profondità. In termini di psicanalisi lacaniana, si potrebbe dire che la mancanza del simbolico è colmata dall’immaginario.
Tuttavia, non credo che questo spiegazione sia sufficiente. La cultura postmoderna Otaku che è presente nelle opere che Takashi Murakami ha qui raccolto, sembra essere non solo unidimensionale, ma fornire, tramite questa enfatizzazione, questo essere super, una sorta di profondità, una profondità postmoderna. Non è solo piatta, ma anche superpiatta, come recita il titolo di questa mostra. Ma cosa significa ?
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La parola postmoderno o postmodernità è stata molto usata per analizzare i fenomeni culturali gli anni 70. Due sono i punti fondamentali posti alla discussione nel contesto postmoderno. Jean-Francois Lyotard, filosofo francese, ha sostenuto che nell’era postmoderna la Grande Narrazione che aveva unificato l’intero sistema di conoscenza sparisce e che l’unità della società si disperde. Nascono molte piccole narrazioni, differenti comunità culturali. Jean Baudrillard, sociologo francese, mette in risalto un altro punto, sostenendo che la distinzione moderna fra l’originale e la copia, il reale e l’immagine, si è persa e che nell’era posmoderna tutto si trasforma in un simulacro. Lyotard dà risalto al cambiamento sociale e politico, Baudrillard alla discussione estetica e culturale, ma entrambi gli argomenti sono sostenuti dalla stessa intuizione. Nell’era postmoderna, dopo gli anni 60 o gli anni 70, la nostra società è andata perdendo poco a poco il valore della profondità, il valore di qualcosa dietro le cose visibili, percettibili con il quale confrontarci nella nostra vita quotidiana. Lo possiamo chiamare Dio, Verità, Giustizia, Patria, Ideologia o Oggetto secondo il contesto culturale: tutte le tali grandi categorie stanno perdendo la loro credibilità, questo dicono i postmodernisti. Di conseguenza, possiamo dire che il concetto di Superflat è esattamente e tipicamente postmodernista.
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Tuttavia, penso che la cultura postmoderna abbia una struttura più complicata. Non dovrebbe essere considerata come un superficiale, unidimensionale supermercato. La cultura postmoderna è sostenuta dalla sensibilità verso una differente profondità. Sto scrivendo un libro su questa profondità postmoderna, che sarà pubblicata entro l’anno. La concezione che sviluppo nel mio libro è che dovremmo afferrare questa profondità postmoderna come Database piuttosto che come Storia. La struttura sociale postmoderna è basata non su un’ invisibile ideologia , ma su altrettanto invisibili informazioni, come nel caso di Internet. La nostra società sta perdendo la Grande Narrazione ma sta costruendo al suo posto il grande Database e il simulacro che ricopre la superficie postmoderna è controllato e regolato da questo Database.
Come i postmodernisti dicono spesso, tutti i prodotto postmoderni (non solo nelle arti ma nella letteratura, nella musica e in molti prodotti della cultura pop) sono generati non da un’idea, non dalla percezione dell’artista di essere creatore, né da un’ideologia, ma dalla scomposizione e ricomposizione o da una nuova lettura delle opere precedenti. Gli artisti o gli autori postmoderni preferiscono smantellare le precedenti opere in elementi, in frammenti e riunirli ripetutamente, piuttosto che esprimere la loro propria condizione di autore e la propria originalità. L’accumulazione di questi frammenti (Cd, videoclip, Web site…) è un database anonimo da dove i lavori conteporanei emergono. Credo che possiate trovare questa tendenza in quasi tutte le arti, e ne sono un chiaro esempio molti film hollywoodiani e la musica techno e house. Adesso vi mostrerò alcuni esempi prodotti in Giappone dalla cultura Otaku.
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Vorrei cominciare questa conferenza dando uno sguardo al rapporto tra i principi dell’estetica Superflat elaborati da Takashi Murakami e la cultura Otaku. Con il termine “Otaku„ è stato indicato in Giappone un gruppo culturale emerso negli anni ‘70 formato da consumatori entusiastici, affascinati dalle varie subcolture giapponesi del dopoguerra, per esempio i manga, le anime, la fantascienza, le pellicole di tokusatsu e da alcuni prodotti elettronici. La cultura Otaku è probabilmente uno dei fattori più importanti nell’analisi della cultura giapponese contemporanea, non solo perché molti materiali illustrativi e prodotti industriali nati nell’ambito della cultura otaku hanno trovato una loro collocazione nel mercato internazionale, ma perché la loro mentalità comincia ad avere una grande influenza sulla società giapponese. Ne è un esempio eclatante Aum Shinrikyo, la setta ha cui apparteneva il terrorista che ha sparso il gas tossico nella metropolitane di Tokyo nel 1995, conosciuta per i dogmi escatlogici profondamente influenzati dalle anime degli anni ‘70 e ‘80.
Takashi Murakami stesso appartiene alla prima generazione di Otaku, quella di coloro che sono nati intorno ai primi anni ‘60 (Murakami è del 1962) e definisce lo stile Superflat come un connubio tra tradizione premoderna giapponese e prodotti postmoderni Otaku. L’estetica superflat di Murakami evidenzia una qualità artistica di sensibilità Otaku. Tuttavia, il rapporto reale fra Superflat e Otaku non può essere spiegato in termini di influenza. Per capire come sono intrecciati questi due fenomeni culturali, dobbiamo partire dalla sottovalutazione della cultura Otaku e dei suoi prodotti da parte di molti intellettuali e critici giapponesi in questi 10-15 anni, mentre di questo movimento ci si è occupati da un punto di vista strettamente sociologico. Ora il progetto di Takashi Murakami è riuscito parzialmente a modificare questa percezione, ma la comprensione dei fattori che hanno reso incomprensibile il fenomeno Otaku da parte dell’intellighenzia giapponese è essenziale per capire la posizione culturale del Superflat e la struttura del postmodernismo giapponese.
Il primo e più semplice motivo è che un otaku, è considerato quasi unanimemente una persona antisociale, pervertita ed egoista, ossessionata dai computer, dai fumetti e dal linguaggio figurato dei cartoni senza alcuna comunicazione reale con il mondo esterno o attività sociali. Questo genere di pregiudizio era già radicato negli anni ’70, ma si è rafforzato all’inizio degli anni ‘90 dopo l’arresto di Tsutomu Miyazaki, un serial killer che aveva ucciso 4 bambini e ne aveva mangiato il corpo. Miyazaki risultò essere un tipico otaku. Molti giornali pubblicarono una foto della sua camera, dove migliaia di videotape e di fumetti erano accatastati fino al soffitto, ricoprendo quasi interamente pareti e finestre della stanza. Di conseguenza, in molti, anche tra i giornalisti e gli uomini politici, hanno cominciato a pensare alla cultura di Otaku come al simbolo della patologizzazione dei problemi causati nelle giovani generazioni dall’uso dei media elettronici e dal linguaggio fortemente erotico e violento che in essi viene utilizzato.
La seconda causa è che gli otaku formano un gruppo sociale chiuso, ostile verso l’esterno. I loro comportamenti e i loro gusti sono rigidamente definiti: leggono libri di fantascienza, vedono programmi di animazione trasmessi in TV, frequentano regolarmente negozi specializzati nel quartiere di Akihabara, collezionano oggetti che fanno riferimento alla loro subcultura partecipando al Mercato di Comike. Queste attività costruiscono la loro identità comunitaria che non ammette permeabilità. La loro tendenza introversiva e difensiva è una reazione comprensibile ed inevitabile, vista le pressioni sociali di cui ho accennato prima, ma ha reso molto difficile agli intellettuali non-otaku comprendere la subcultura che essi andavano costruendo.
Takashi Murakami non fa eccezione. Come artista contemporaneo di fama internazionale, è considerato dalla comunità come un’entità esterna e molti lo attaccano furiosamente. Fujihiko Hosono, uno degli autori di comics più famoso ed influente del Giappone, ha pubblicato nell’autunno scorso un fumetto fortemente satirico in cui Takashi Murakami viene descritto come colui che sfrutta le idee di un povero otaku. Tenendo conto di questa forte diffidenza degli otaku verso tutti quelli che sono esterni alla loro comunità, questa mostra, soprattutto nella sua versione originale, presentata a Tokyo, ha un altissimo valore. Murakami è riuscito a collaborare con esponenti della cultura otaku e a far sì che essi collaborassero tra loro. Questa funzione della mostra può risultare trascurabile nel costesto internazionale del mondo dell’arte, ma voglio darle risalto, perché io credo che per godere della varietà di questa mostra, è indispensabile capire che lo sforzo organizzativo di Takashi Murakami non è stato condotto lavorando su un unico concetto, come il titolo di questa mostra potrebbe suggerire, ma si è basato sulla capacità di intessere relazioni e trovare mediazioni, gettando un ponte tra gruppi culturali differenti. I contesti Superflat sono molti.
La terza causa della difficoltà del mondo intellettuale giapponese nel comprendere la cultura degli otaku è la più importante e la più interessante, ma è anche la più complicata e si collega con un problema socio-psicologico dell’identità giapponese del dopoguerra.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, i giapponesi hanno avuto difficoltà a dare valore alle proprie tradizioni culturali, per due motivi. Il primo è politico: in Giappone, la fierezza delle proprie tradizione e dell’identità nazionale era un’espressione della destra politica e si accompagnava alla volontà di dimenticare o di liquidare i “crimini„ militari giapponesi. Tutti gli intellettuali e gli accademici sono influenzati da ciò. Il secondo è più sociologico. Da una parte la cosiddetta tradizione giapponese, che si è espressa nella letteratura, o nelle arti come anche il sistema imperiale, è in realtà una costruzione storicamente recente, che va collocata dopo la rivoluzione Meiji; dall’altra la società giapponese contemporanea è stata profondamente europeizzata ed americanizata. Sommando questi due aspetti, il ritorno nostalgico verso il giapponesismo tradizionale, originale, o puro, suona come una falsificazione. I paesaggi giapponesi tipici nelle pellicole o nei fumetti contemporanei, sono zeppi di Seven-Elevens, McDonalds, Denny, fumetti, calcolatori e telefoni cellulari… tutte cose di origine americana. In più, il mio punto di vista, che voglio qui sottolineare - e la cultura degli otaku riflette chiaramente questa condizione mista, ibrida, meticcia - è che, paradossalmente, non possiamo trovare alcun Giapponesismo senza cultura pop americana del dopoguerra. Credo che la maggior parte dei intellettuali giapponesi abbiano una forte resistenza psicanalitica verso l’ammissione della questa circostanza…
La cultura Otaku è spesso considerata una sorta di erede della culturale tradizionale giapponese premoderna, principalmente della tradizione Edo. A questa derivazione è data risalto dai principali critici della cultura oOtaku come Toshio Okada o Eiji Otsuka. Secondo la loro tesi, la struttura dei manga o delle anime è notevolmente simile a quella del Kabuki o del Joruri dell’ era di Edo. La tesi di Takashi Murakami che potete leggere nel catalogo della mostra è simile. Vede una continuità tra Kano Sansetsu e Yoshinori Kaneda, pittori del XVII secolo, e le pellicole di animazione degli anni 70. Questa concezione può essere analizzata come variazione dell’idea prevalente che premoderno e postmoderno in Giappone sono direttamente collegati senza che sia stato necessario transitare per la modernità. Potete trovare questo cliché dappertutto nel postmodernismo giapponese.

Tuttavia, la realtà è più complicata.
Un chiaro esempio del carattere nazionalistico della cultura Otaku puo’ essere rintracciato nel film di animazione per la tv ”La corazzata spaziale Yamamoto“ trasmesso nella metà degli anni ‘70 ed ancora molto popolare. La storia è classica: una nave spaziale con con il suo eroico equipaggio salva la Terra dall’attacco degli alieni. Ma quello che è importante notare è che i membri dell’equipaggio sono giapponesi, non stranieri, e che la storia dà risalto alla loro spiritualità ed alla filosofia del sacrificio personale, che senza dubbio si ispira a quella dei militari giapponesi del periodo antecedente alla guerra. Il nome della nave spaziale “Yamato” significa “Giappone” nel linguaggio poetico e l’astronave viene costruita recuperando lo scafo di una nave da guerra giapponese affondato nella famosa battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Le implicazioni sono evidenti.

La cultura degli otaku è una sorta di espressione collettiva del nazionalismo giapponese del dopoguerra, anche se si colloca in un contesto completamente invaso, traumatizzato, dalla cultura pop americana. Questo paradosso induce necessariamente negli artisti ed gli scrittori otaku ad esprimersi in maniera contorta, ambivalente, complicata e ad una sorta di di auto-caricaturizzazione delle caratteristiche giapponesi. Potete trovare questa distorsione ossessiva dell’identità anche nei materiali qui esposti ad esempio le sculture di Bome, le pitture di Takashi Murakami o le pellicole di Anno. Potrebbe essere interessante analizzare le metodiche che loro hanno attuato in questa distorsione, ma preferisco fare un altro esempio, al di fuori della mostra: un cartone animato, “Saber Marionette J”, trasmesso alla televisione giapponese parecchi anni fa. Il suo mondo riflette molto chiaramente la struttura della psicologia distorta del nazionalismo degli otaku.
La storia è una miscela di fantascienza e commedia di amore. È ambientata un pianeta in cui esisteno soltanto uomini, mentre tutte le figure femminili sono androidi, senza alcune sensibilità umana, e vengono chiamate marionette. La storia comincia con il protagonista che incontra tre marionette che sembrano avere un cuore umano. Comincia a vivere con loro, ma poi scopre che sono sono state costruite per essere sacrificate. Il loro sacrificio renderà possibile il ritorno in vita dell’unica donna sopravvissuta, fatta prigioniera di un intelligenza artificiale, ormai fuori controllo, che la tiene su di un satellite nello spazio. Gli esseri umani hanno progettato queste le marionette speciali, che simulano la presenza di un cuore umano per ingannare il computer: gliele offriranno in cambio della donna. Informato di questo progetto, il protagonista è costretto ad affrontare una scelta. Da un lato le marionette, che sono lì con lui, che fanno appello ai suoi desideri sessuali, che a volte lo ingannano mostrando sentimenti che in realtà non hanno. Da l’altro c’è una ragazza che è umana, ma che non ha mai incontrato, mai conosciuto in alcun modo, mai comunicato con chi ha un cuore vero. Noi possiamo non vedere nulla di particolarmente coinvolgente in questa scelta, ma guardandola con attenzione essa descrive in maniera piuttosto precisa la realtà di molti otaku. Possiamo quindi leggere Saber J come allegoria della loro realtà. È indicativo poi che il protagonista non può scegliere alcuna alternativa. La decisione verrà presa dalle marionette. Forse questo passività è una chiave per capire la mentalità degli otaku.
Tuttavia, più interessante nel contesto dell’odierna conferenza è il ruolo che nel cartone animato ha la cultura Edo. Il paesaggio della città futura in cui la storia si sviluppa è un simulacro di un paesaggio Edo ad immagine di un parco divertimenti. Ed è sintomatico perché, negli anni 80, all’inizio della postmodernità giapponese, l’era Edo e la sua cultura sono state riscoperte da molti scrittori, artisti e critici anche postmodernisti ed otaku. Il loro desiderio di coniugare la società postmoderna degli anni 80 ‘ e il premodernismo Edo può essere facilmente spiegata una volta che si riconosce il processo di cui abbiamo parlato precedentemente dell’ addomesticazione della cultura americana del dopoguerra. Nella metà degli anni ‘80, molti giapponesi sono stati affascinati dal loro successo economico e sono stati tentati dal cancellare o dimenticare la traumatica memoria della sconfitta nella seconda guerra mondiale. La rivalutazione della cultura di Edo è richiesta socialmente in una tal atmosfera.
Questa tendenza non ha prevalso solo in Giappone ma è stata sostenuta da alcuni critici stranieri. Alexandre Kojeve, un filosofo francese di scuola hegeliana, vi fa spesso riferimento perché ha interpretato l’epoca Edo come precursore della società postmoderna dopo “la conclusione della storia„. Roland Barthes, un altro critico francese, vede la tradizione giapponese come realizzazione di postmodernismo. Possiamo aggiungere molto altri nomi a questa lista, per esempio, Wim Wenders, William Gibson, rem Koolhaas ecc. Il Giappone è stato lungamente rappresentato come miscela del premodernità e del postmodernità nel discorso occidentale in questi 30 anni. Questo genere “di Orientalismo„ è stato importato nuovamente nella società giapponese negli anni ‘80 e da allora i giapponese stessi hanno cominciato a spiegare la loro realtà postmoderna basandola sulla loro tradizione premoderna relativa all’epoca Edo. Tuttavia, è mio parere, che l’elemento psicosociale più profondo, che sottende questa tendenza è il desiderio (impossibile) di negare l’influenza culturale americana del dopoguerra. La postmodernità è arrivata dagli Stati Uniti anche se i giapponesi l’ ha voluta far discendere dalla loro tradizione nazionale. La cultura di Otaku inoltre nasce da questo desiderio.
In questo contesto, potete vedere facilmente la posizione paradossale di questa mostra Superflat. La cultura Otaku è il risultato della giapponesizzazione della cultura pop americana. Tuttavia, Murakami intende qui portarla di nuovo alla sua origine, cioè riamericanizzando la cultura degli otaku, riamericanizzando la cultura americana giapponizzata. “Superflat„ non è un erede autentico del pop ma ma il suo ibrido, misto, falso bastardo.
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in collaborazione con Ambasciata del Giappone e Dipartimento di Studi Asiatici-Università di Napoli l’Orientale
interverranno
Giorgio Amitrano, Fabriano Fabbri, Ichiguci Keiko, Miyake Toshio, Marco Pellitteri, Gaetano Ruvolo, Sagiyama Ikuko, Laura Testaverde
La giornata di studi WABI SABI CYBER² si propone di offrire una testimonianza e una riflessione sulla cultura contemporanea giapponese, caleidoscopio in costante mutazione e per questo spesso incomprensibile a molti osservatori occidentali che tentano di analizzarlo. Tale difficoltà di decifrazione non sembra però spaventare i suoi fruitori, in buona parte giovanissimi, che anche in assenza di coordinate culturali e storiche si sono riconosciuti con naturalezza nei linguaggi del nuovo Giappone, dal manga alla letteratura, dal cinema agli anime, alle arti visive ecc. I relatori tenteranno, grazie alla loro conoscenza ed esperienza del mondo giapponese, di fornire alcuni strumenti di approfondimento utili sia agli appassionati della cultura popolare nipponica sia a quanti ancora percepiscono il Giappone come irriducibile alterità. Come indica il titolo – che coniuga due dei più ineffabili e “classici” ideali estetici del Giappone antico con un termine caro alle culture e subculture giovanili – si cercherà anche di individuare nel complesso mosaico del presente le tracce di una tradizione antica e preziosa.
Evento organizzato da www.nipponica.it
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Invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami mi sta aiutando a tessere un complicato intreccio.
Partita da un albergo di Sapporo, sono discesa in un pozzo profondo dove guardavo con mille occhi la realtà; in una radura ho visto un bagliore argentato rubare per sempre i ricordi ad un bambino che invecchiò senza poter crescere e si ritrovò in una stanzetta invasa da mille videogiochi a progettare la morte.
Ho guardato il Giappone che mi hanno mostrato, narcotizzato dal dolore più grande che l’umanità abbia mai regalato. L’ho visto galleggiare con leggerezza ironia sopra un fungo gigante, guardando cartoni animati che per mille volte raccontano come riuscire a sconfiggere i mostri e continuare a vivere in una realtà deformata.

Se volete guardare il Giappone attraverso la Lente Superflat di Takashi Murakami, artista visivo e fondatore della Kakai & Kiki, e di Hiroki Azuma, critico e filosofo, leggete la pagina di questo sito dedicata al movimento SUPERFLAT, attualmente in costante aggiornamento. Lì, oltre ad alcuni post, che descrivono il percorso che mi ha portato ad interessarmi dal movimento SUPERFLAT, potrete leggere testi di questi due autori, altrimenti non disponibili in italiano su internet.
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La mia vita è il rincorrere una missione, dentro la quale sciogliermi. Dentro la quale vivere ogni attimo, ogni pensiero. Ma ogni volta che la missione mi si svela, poi scompare. C’è sempre qualcosa, qualcuno che rende impossibile, per me, svolgere il mio compito.
Quale che sia il castello da costruire, divento uno degli architetti, poi, invariabilmente, qualcosa succede: il castello brucia, qualcuno mi addita come traditore e usurpa il mio posto o mi chiama in suo aiuto senza che io possa sottrarmi.
Ho cercato di nascondermi, di scegliere castelli lillipuziani o nascosti nel deserto. Ho tentato di dare false generalità e di fare il mio lavoro solo la notte. Ho scelto generali potenti e mi sono ritagliata un ruoli di scarsa importanza. Eppure in ogni istante non ho smesso di sognare il mio castello, di lottare con la sabbia e con il vento perchè fosse incorrutibile.
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Stazione di Chiusi, saliamo sul treno che ci riporta a Roma. Laura è giovane, vulnerabile e nasconde la sua natura. Conosco una donna che ha i suoi stessi occhi, la bocca uguale alla sua e gioca a sedurre il mondo allo stesso modo.
Saliamo sul treno, è uno di quelli con il corridoio e tante porte per entrare negli scompartimenti. Mi piacciono i treni con le carrozze divise in scompartimenti. Sono gli unici dove si riesce a fare amicizia e a chiaccherare. Nel secondo scompartimento Laura trova Filippo, un suo amico, fanno insieme Tai Chi. Ci sediamo con lui, poi loro iniziano a parlare ed io a leggere: Kafka sulla spiaggia. Ad un certo punto, sarà passata quasi un’ora, lui mi fa:
Ti piace Murakami?
Sì, molto. Lo conosci?
Sì, lo conosco abbastanza. La mia ex fidanzata era un’ allieva di Giorgio Amitrano, hai presente: quello che traduce in italiano tutti i suoi libri. Ha fatto la tesi su Murakami, poi è partita, è andata a Boston e quando l’ho raggiunta mi ha lasciato. Adesso è in Australia. Lei adora Murakami e mi leggeva sempre i suoi libri. Voleva trasferirsi in Giappone e prima o poi ce la farà.
Da Murakami siamo passati a parlare di letterature comparate poi di Bruce Lee, di campi elettromagnetici e di tutto quello che veniva. Non credo che ci rincontreremo, ma è stato il primo amico che Murakami mi ha regalato.
Pubblicato in Legati da Murakami | 2 Commenti »
Invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami mi sta aiutando a tessere la trama dei miei pensieri e presto parlerò diffusamente del versante figurativo di questo intreccio.
Cercando su Google fotografie del nostro Haruki Murakami mi sono imbattuta nelle opere del suo quasi omonimo Takashi Murakami, artista poliedrico creatore del movimento Superflat, rivisitazione in chiave pop della tradizione pittorica giapponese.
Saranno cugini, mi sono chiesta ? La loro sarà una congiura familiare per riportare il Giappone al centro della scena culturale internazionale tramite il ruminamento e lo stravolgimento in salsa nipponica della cultura occidentale? Quello che è certo è che entrambi i Murakami fanno opere interessanti e delle quali subisco il fascino.
Takashi, al contrario di Haruki, ama lavorare circondato da una corte. Ha fondato, oltre al movimento Superflat, la factory Kaikai & Kiki e insieme a lui lavorano Aya Takano e Chiho Aoshima. Su questo sito potete vedere le opere di entrambi queste artiste e i loro nomi, soprattutto quello di Chiho Aoshima, sono tra quelli che maggiormente attraggono lettori su questo sito. Presto perciò scriverò di loro, di Takashi e del movimento Superflat, in mondo da capire meglio la cultura giapponese, così misteriosamente capace di essere apparentemente comprensibile e sottilmente oscura ai nostri occhi.
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Ieri ho rivisto Dersu Uzala. Dersu Uzala è il mio film preferito, da un anno a questa parte.
Ieri ho rivisto Dersu Uzala e i miei pensieri hanno cominciato a rimescolarsi. Ho fatto anche cose di cui non vado orgogliosa, dopo aver visto Dersu Uzala, come se la mia mente cercasse la via d’uscita dal suo labirinto, ad ogni costo. Anche a costo di farsi aiutare da un essere umano troppo piccolo, troppo giovane, per svolgere il ruolo di madre padre amico e maestro. Ma questo è la storia della mia discendenza. Le madri chiedono aiutono alle figlie quando sono a corto di saggezza.
Stavamo parlando, era notte, faceva freddo. Dersu guardava il fuoco.
“Se tua vita cambia, se un giorno tua vita cambia, tua moglie muore, tuo figlio muore, tua casa brucia, non puoi cancellare quello che successo. Se un giorno tuo fratello ruba tua moglie tu devi andare, solo, fino al giorno che non sarà momento di tornare. Un anno, due anni quaranta anni… tu non sai. Tuoi pensieri dovranno viaggiare. Solo dopo tu poi tornare.
Caro Dersu - come direbbe il tuo capitano - nella taiga ognuno aveva il tempo e lo spazio per guardare dentro il suo destino. Ognuno sapeva che era giusto così, che ogni vita racchiude un enigma da svelare, una sofferenza da guardare in controluce, per tutto il tempo che serve. Noi non lo facciamo, andiamo avanti, sempre avanti e la vita di molti sembra vita da buttare.
- Chiama il vecchio, digli di venire con noi vicino al fuoco.
Diceva il tuo Capitano.
- No, lui adesso pensa. Lui vede suo giardino, fiori…
Io so, da tanto tempo, qual è l’enigma che devo risolvere. Vivo dei miei tentativi di risolverlo, ma non ci penso poi così spesso. Perché la vita luccica di mille luci e vorrei vederle tutte quante. E allora mi ritrovo a vivere come se l’enigma non esistesse, come se fosse già risolto, come se mi avesse lasciato libera. Ma non è così. Il destino che mi accompagna si ripresenta sempre.
Vi ricordate L’Uccello che girava le viti del mondo? Vi ricordate del pozzo, dove Toru scendeva per trovare il senso di ciò che gli era successo? Forse i pozzi non fanno al caso mio, forse nella taiga e negli incontri con i capitani russi c’è qualcosa di più famigliare ai miei occhi, ma la necessità di scioglieri i nodi del destino è la stessa.
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Qualche giorno fa mi ha scritto Alessandro. Alesandro ha 29 anni, scrive e legge Murakami. Nella sua lettera propone un tema interessante: la percezione che il pubblico occidentale ha delle storie di Murakami; come molti di noi ambientino nella loro mente le vicende che narra senza immaginare tratti orientali sui visi dei personaggi. Su questa tema mi piacerebbe che altri lettore esprimessero le loro sensazione e le loro riflessioni: sarebbe interessante!
La cosa che più mi ha colpito di lui la prima volta che l’ho letto è stata la sua nazionalità; a parte la saggezza, le trame oniriche e il culto del paesaggio e del cibo, non facevo Murakami un giapponese. O meglio, non lo intendevo in quanto tale. Ancora adesso non riesco a decodificare i suoi protagonisti in maniera orientale, tutti mi sembrano avere lineamenti occidentali. E pensare di uno scrittore che dall’altra parte del mondo riesce attraverso i suoi personaggi a delineare con esattezza gli stati d’animo di un milanese di provincia, mi ha colpito in pieno. Ma è forse questa la grande potenza dei bravi scrittori: l’ubiquità, starsene cioè in più luoghi e in diversi periodi contemporaneamente. Succede per Dostoevskij, succede per Hemingway. E succede per Murakami. Spero anch’io un giorno di poter sfruttare questa provvidenza.
Ale
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