Dopo il terromoto, dopo lo tsunami, dopo Fukushima cercavo un modo per guardare al Giappone, alle sue risorse, alla sua capacità di tornare al centro dell’ esperienza umana. Quel centro da cui ogni cosa nasce e può rinascere. Ho pensato a BEAT Kitano, ai suoi colori e al suo sapere e voler proteggere quella sorgente: i bambini e il loro mondo. Ho guardato ancora una volta L’estate di Kikujiro, ho raccolto le immagini di Gosse Peintre , mi sono sentita meglio e ho creduto che ce l’avrebbero potuta fare a venirne fuori. Ho pensato: un’altro debito di riconoscenza, un’altra fonte di ispirazione.
Ci sono tanto motivi per provare gratitudine e affetto per il popolo giapponese, ma forse questo è uno dei più importanti: nella costituzione del Giappone all’art. 9 un’intera nazione rifiuta la guerra.
Articolo 9 della Costituzione Giapponese
Nella sincera aspirazione alla pace internazionale, basata sulla giustizia e l’ordine, il Popolo Giapponese rinuncia per sempre alla Guerra quale sovrano diritto della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per la risoluzione delle dispute internazionali.
Allo scopo di raggiungere l’obiettivo di cui al precedente paragrafo, le forze di terra, di mare ed aeree, così come le altre potenzialità belliche, non saranno mai mantenute. Non sarà riconosciuto il diritto dello stato alla guerra.
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The stats helper monkeys at WordPress.com mulled over how this blog did in 2010, and here’s a high level summary of its overall blog health:

The Blog-Health-o-Meter™ reads Fresher than ever.
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A Boeing 747-400 passenger jet can hold 416 passengers. This blog was viewed about 5,600 times in 2010. That’s about 13 full 747s.
In 2010, there were 4 new posts, growing the total archive of this blog to 25 posts. There were 4 pictures uploaded, taking up a total of 269kb.
The busiest day of the year was May 6th with 77 views. The most popular post that day was Superflat.
Where did they come from?
The top referring sites in 2010 were search.conduit.com, it.wordpress.com, giappone-italia.com, google.it, and foto-paolapavese.blogspot.com.
Some visitors came searching, mostly for akihabara, murakami haruki citazioni, haruki murakami citazioni, l’uccello che girava le viti del mondo, and dersu uzala.
Attractions in 2010
These are the posts and pages that got the most views in 2010.
Superflat August 2008
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Murakami, per te August 2007
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Il Nazionalismo degli Otaku e del Movimento Superflat September 2008
HIROKI AZUMA IL SUPERFLAT E LE TEORIE POSTMODERNE October 2008
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L’uccello che girava le Viti del Mondo, ovvero la vita in fondo ad un pozzo March 2008
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Ho chiesto a Claudia di scrivere qualcosa per il blog. Qualcosa che riguardasse Murakami o il Giappone o il suo modo di guardare il Giappone attraverso la lente di Murakami.
Questo è il suo racconto. A me è piaciuto moltissimo !
Dopo mezzora a vagare nel vuoto mi siedo su una panchina.
Sono rimasta ad osservare le centinaia di persone che mi passavano avanti e poi una sensazione strana , un deja vu il chè era impossibile non ero mai stata in Giappone e vivendo in un piccolo paese raramente mi capita di sedere su una panchina mentre fiumi di folla mi passano davanti.
Poi mi era tornato in mente che non l’avevo vissuto ma l’avevo letto, tra le pagine dell’uccello che girava le viti del mondo, ad un tratto mi era chiaro come si era sentito Toru Okada seduto a Shinjuku.
Certo nel mio caso non è arrivata nessuna signora stravagante a darmi un biglietto da visita che mi avrebbe cambiato la vita però mi sono figurata la scena in modo così vivido , sicuramente anche dovuto al fatto che subisco il fascino di questo scrittore fin da quando ero adolescente, ho letto Norweegian Wood che avevo solo 15 anni ^.^.
E questo che mi piace di questo scrittore , il fatto che con le parole riesce a farti immaginare la scena e se ti capita di essere nei luoghi descritti nei suoi libri , trovi una bella sensazione di nostalgia al contrario perché sai già che quel luogo ti mancherà.
^.^ またね!!パオラ様
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Generazione Otaku. Uno studio della postmodernità di Hiroki Azuma
Traduzione italiana in uscita a ottobre per i tipi Jaka Book a 22.00 euro
Pubblicato in Azuma Hiroki, Giappone Link, Otaku, Superflat, Tiziano Terzani | Contrassegnato da tag Otaku | 8 Commenti »
Proezioni:
2 settembre 21:30 – Sala Grande
Pubblicato in Film, Murakami Haruki, Norwegian Wood | 4 Commenti »
Da bambini avevano costruito un’ intimità perfetta e nel ricordo di quella intimità perfetta avevano smesso di vivere. Avevano rinchiuso quel ricordo dentro al cuore , lo avevano trasformato nel desiderio più grande. Non avevano più concesso a nessuno – a nessun sentimento a nessun istante – il privilegio di scendere così in profondità. Come in una maledizione, erano rimasti imprigionati tra le note di una canzone, in un luogo, in un tempo ormai immobili. Avevano smesso di ballare sul filo del tempo ed erano caduti nel pozzo del nulla. E quando hanno provato a tornare a danzare, per loro non c’era più un tempo, non c’era più vita, c’era solo il vuoto.
Murakami è un compagno fedele delle mie giornate vuote intorno al Ferragosto, quando tutto è sospeso.
Ho impiegato solo due giorni a leggere questo libro. Continuavo a leggerlo, volevo sapere come andava a finire. Non posso dire che mi sia piaciuto. Volevo solo sapere come andava a finire. Ad un certo punto ero così stanca della banalità di Hajime, il protagonista del romanzo, che stavo per rinunciare ad andare avanti, poi qualcosa è finalmente successa e sono rimasta con gli occhi tra le pagine. Murakami conosce il suo mestire, sa fino a dove spingersi nel suo vagare nel vuoto e quando introdurre un appiglio, ho pensato.
A sud del confine è solo una canzone.
A sud del confine c’è il Messico. Da bambini Hajime e Shimamoto, l’amore adolescianziale, solo intimamente vissuto, poi perduto e infine ritrovato del protagonista, ascoltavano quella canzone e la vita era solo agli inizi, come un combattimento di kendo era ancora all’ “hajime!”.
A ovest del sole è il luogo dove va a morire chi è colto dallo spaesamento, dalla mancanza insistita di punti di riferimento. Come succede ai contadini Siberiani, che immersi nel nulla giorno dopo giorno, ad un certo punto sentono che dentro di loro qualcosa muore e iniziano a vagare in direzione del sole morente.
” Ma che cosa ci sarà mai a ovest del sole?” le chiesi.
Lei scosse la testa. “Non lo so. Potrebbe non esserci nulla, come potrebbe esserci qualcosa: di sicuro però è un luogo diverso dal sud del confine.”
Murakami parla d’amore in questo romanzo. Ma di più parla di morte. Della tentazione della morte, della tentazione di rimanere ancorati a quel vuoto che può venirci incontro quando sospendiamo le nostre abitudini quotidiane, le sole che ci permettano di vivere, di dare un ritmo al tempo. C’è una donna nel romanzo che ha il ruolo di mostrare la forza dei piccoli gesti che danno un contorno vivo alle giornate di Hajime. Una donna giovane, bella ma con cui lui parla solo di cibo e vestiti, mentre aspetta la che la figlia esca da scuola. Una donna bella che non lo strappa con la forza del desiderio alle sue abitudini, ma le rafforza con quel lieve parlare di quotidianità. La forza del desiderio è in questo romanzo il tranello che il vuoto usa per scompigliare la vita di Hajime, che lo rende capace di abbandonare ciò che fino a quel momento ha dato forma alla sua vita. Ciò che gli permette di tradire la cura che fino a quel momento lo ha reso felice. Hajime, trasportato dal desiderio, tradisce e abbandona, generando in chi lo ha amato quel vuoto mortale .
Quando veniamo traditi e abbandonati e ci caliamo in questo pozzo, veniamo catturati da questo pozzo. I nostri occhi non possono parlare, perché si sono riempiti di quel vuoto, il nostro volto spavento i bambini, perché privo di ogni espressione.
Murakami indagata in ogni libro questo nulla che ci cattura. Per chi pratica il buddismo è molto interessante ascoltare un giapponese che scruta il nulla e le strade per sfuggirvi. Il nulla come morte e non come luogo dove tutto è possibile. E’ interessante, è l’altro lato della medaglia di cui la tradizione buddista non parla mai. Nella tradizione che seguo, il Sentiero Shambhala, si parla del sole morente dell’ovest, ma questo sole designa un luogo diverso, anche se parla dello stesso luogo. Perché è un luogo che si genera al nostro interno, in un identico processo di fuoriuscita dal presente, ma che viene costruito per aggiunte e non per sottrazioni. Un luogo carico di abitudini, di schemi. Una gabbia che ci stritola per la sua abbondanza. L’ovest abitato da Shimamoto e Hajime è invece un luogo che per non vivere il presente – per vivere il passato – crea un vuoto.
Se cerchi il vuoto, se cadi nel vuoto, potresti rimanere lì per sempre, diventare inafferrabile per chi è vivo e restare ad un passo dalla morte, finché la morte non ti afferra, prima del tempo.
E Hajime ha deciso di seguire Shimamoto a ovest del sole, perché lei è lì e lui vuole stare con lei. Ma lei non lo porterà con sé, scomparirà. Lei viene a va con pioggia, arriva sempre con la pioggia e poi scompare per un po’ per poi forse tornare. Lui la desidera. E questo desiderio totale non gli permette di vivere. Sospende la sua vita, in attesa che lei torni, pronto a rinunciare a tutto se solo lei tornerà.
Da bambini avevano costruito la loro intimità perfetta e nel ricordo di quella intimità hanno smesso di vivere, in maniera più o meno consapevole avevano rinchiuso qualcosa dentro il cuore e non avevano più concesso a nessuno – a nessun sentimento a nessun istante – il privilegio di di scendere così in profondità dentro di loro.
Come in una maledizione, vivevano imprigionati tra le note di una canzone, in un luogo, in un tempo ormai immobili. Avevano smesso di ballare sul filo del tempo ed erano caduti nel pozzo del nulla. E quando hanno provato a tornare a danzare, per loro non c’era più un tempo di vita, solo il vuoto.
Ma Hajime si salverà. Nel finale del libro il passato gli si mostra – privo del fascino di Shimamoto, nel viso spento, inespressivo, spaventoso come la morte della sua prima fidanzata, Izumi, morta alla vita per il tradimento di Hajime – e poi scompare, come scompare dal suo cassetto una busta che lo legava a Shimamoto. Hajime allora riesce a tornare al presente del suo amore per la moglie Yukiko e per le figlie, che aspettano ogni giorno un giorno nuovo da vivere.
Questo libro parla anche di altre cose, ho letto alcune recensione nella rete, alcune molto belle, e in ognuna si parla di un differente aspetto del romanzo.
Questo di cui qui ho scritto è solo quello che è ha avuto risonanza nella mia mente.
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L’ho appena iniziato. Consonanze e leggerezza, come sempre.
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Seconda parte della conferenza tenuta da di Hiroki Azuma alla MOCA Gallery di Hollywood il 5 aprile 2001.Traduzione automatica by Yahoo adattamento Paola Pavese
Testo originale inglese
Finora ho parlato del Superflat in una prospettiva subculturale, approfondendo il rapporto tra cultura Otaku e Giapponesismo. Ora, invece, offronterà l’orgomento Superflat da un punto di vista più filosofico, scandagliando il rapporto tra cultura Otaku e postmodernità.
Takashi Murakami, quando parla del movimento Superflat, enfatizza la sua qualità superficiale. Il mondo Superflat non ha profondità, non conosce l’occhio del fotografo, né la prospettiva. La radicale esplosione dell’immaginazione e degli esperiementi figurativi, emerge per riempire questa mancanza di profondità. In termini di psicanalisi lacaniana, si potrebbe dire che la mancanza del simbolico è colmata dall’immaginario.
Tuttavia, non credo che questo spiegazione sia sufficiente. La cultura postmoderna Otaku che è presente nelle opere che Takashi Murakami ha qui raccolto, sembra essere non solo unidimensionale, ma fornire, tramite questa enfatizzazione, questo essere super, una sorta di profondità, una profondità postmoderna. Non è solo piatta, ma anche superpiatta, come recita il titolo di questa mostra. Ma cosa significa ?
(continua)
La parola postmoderno o postmodernità è stata molto usata per analizzare i fenomeni culturali gli anni 70. Due sono i punti fondamentali posti alla discussione nel contesto postmoderno. Jean-Francois Lyotard, filosofo francese, ha sostenuto che nell’era postmoderna la Grande Narrazione che aveva unificato l’intero sistema di conoscenza sparisce e che l’unità della società si disperde. Nascono molte piccole narrazioni, differenti comunità culturali. Jean Baudrillard, sociologo francese, mette in risalto un altro punto, sostenendo che la distinzione moderna fra l’originale e la copia, il reale e l’immagine, si è persa e che nell’era posmoderna tutto si trasforma in un simulacro. Lyotard dà risalto al cambiamento sociale e politico, Baudrillard alla discussione estetica e culturale, ma entrambi gli argomenti sono sostenuti dalla stessa intuizione. Nell’era postmoderna, dopo gli anni 60 o gli anni 70, la nostra società è andata perdendo poco a poco il valore della profondità, il valore di qualcosa dietro le cose visibili, percettibili con il quale confrontarci nella nostra vita quotidiana. Lo possiamo chiamare Dio, Verità, Giustizia, Patria, Ideologia o Oggetto secondo il contesto culturale: tutte le tali grandi categorie stanno perdendo la loro credibilità, questo dicono i postmodernisti. Di conseguenza, possiamo dire che il concetto di Superflat è esattamente e tipicamente postmodernista.
(continua)
Tuttavia, penso che la cultura postmoderna abbia una struttura più complicata. Non dovrebbe essere considerata come un superficiale, unidimensionale supermercato. La cultura postmoderna è sostenuta dalla sensibilità verso una differente profondità. Sto scrivendo un libro su questa profondità postmoderna, che sarà pubblicata entro l’anno. La concezione che sviluppo nel mio libro è che dovremmo afferrare questa profondità postmoderna come Database piuttosto che come Storia. La struttura sociale postmoderna è basata non su un’ invisibile ideologia , ma su altrettanto invisibili informazioni, come nel caso di Internet. La nostra società sta perdendo la Grande Narrazione ma sta costruendo al suo posto il grande Database e il simulacro che ricopre la superficie postmoderna è controllato e regolato da questo Database.
Come i postmodernisti dicono spesso, tutti i prodotto postmoderni (non solo nelle arti ma nella letteratura, nella musica e in molti prodotti della cultura pop) sono generati non da un’idea, non dalla percezione dell’artista di essere creatore, né da un’ideologia, ma dalla scomposizione e ricomposizione o da una nuova lettura delle opere precedenti. Gli artisti o gli autori postmoderni preferiscono smantellare le precedenti opere in elementi, in frammenti e riunirli ripetutamente, piuttosto che esprimere la loro propria condizione di autore e la propria originalità. L’accumulazione di questi frammenti (Cd, videoclip, Web site…) è un database anonimo da dove i lavori conteporanei emergono. Credo che possiate trovare questa tendenza in quasi tutte le arti, e ne sono un chiaro esempio molti film hollywoodiani e la musica techno e house. Adesso vi mostrerò alcuni esempi prodotti in Giappone dalla cultura Otaku.
(continua)
Pubblicato in Azuma Hiroki, Giappone Link, Otaku, Superflat | Contrassegnato da tag Baudrillard, Grande Narrazione, Hiroki Azuma, Lyotard, Otaku, Postmoderno, Simulacro, Superflat | 3 Commenti »
Prima parte della conferenza tenuta da di Hiroki Azuma alla MOCA Gallery di Hollywood il 5 aprile 2001.Traduzione automatica by Yahoo adattamento Paola Pavese
Testo originale inglese
Vorrei cominciare questa conferenza dando uno sguardo al rapporto tra i principi dell’estetica Superflat elaborati da Takashi Murakami e la cultura Otaku. Con il termine “Otaku„ è stato indicato in Giappone un gruppo culturale emerso negli anni ’70 formato da consumatori entusiastici, affascinati dalle varie subcolture giapponesi del dopoguerra, per esempio i manga, le anime, la fantascienza, le pellicole di tokusatsu e da alcuni prodotti elettronici. La cultura Otaku è probabilmente uno dei fattori più importanti nell’analisi della cultura giapponese contemporanea, non solo perché molti materiali illustrativi e prodotti industriali nati nell’ambito della cultura otaku hanno trovato una loro collocazione nel mercato internazionale, ma perché la loro mentalità comincia ad avere una grande influenza sulla società giapponese. Ne è un esempio eclatante Aum Shinrikyo, la setta ha cui apparteneva il terrorista che ha sparso il gas tossico nella metropolitane di Tokyo nel 1995, conosciuta per i dogmi escatlogici profondamente influenzati dalle anime degli anni ’70 e ’80.
Takashi Murakami stesso appartiene alla prima generazione di Otaku, quella di coloro che sono nati intorno ai primi anni ’60 (Murakami è del 1962) e definisce lo stile Superflat come un connubio tra tradizione premoderna giapponese e prodotti postmoderni Otaku. L’estetica superflat di Murakami evidenzia una qualità artistica di sensibilità Otaku. Tuttavia, il rapporto reale fra Superflat e Otaku non può essere spiegato in termini di influenza. Per capire come sono intrecciati questi due fenomeni culturali, dobbiamo partire dalla sottovalutazione della cultura Otaku e dei suoi prodotti da parte di molti intellettuali e critici giapponesi in questi 10-15 anni, mentre di questo movimento ci si è occupati da un punto di vista strettamente sociologico. Ora il progetto di Takashi Murakami è riuscito parzialmente a modificare questa percezione, ma la comprensione dei fattori che hanno reso incomprensibile il fenomeno Otaku da parte dell’intellighenzia giapponese è essenziale per capire la posizione culturale del Superflat e la struttura del postmodernismo giapponese.
Il primo e più semplice motivo è che un otaku, è considerato quasi unanimemente una persona antisociale, pervertita ed egoista, ossessionata dai computer, dai fumetti e dal linguaggio figurato dei cartoni senza alcuna comunicazione reale con il mondo esterno o attività sociali. Questo genere di pregiudizio era già radicato negli anni ’70, ma si è rafforzato all’inizio degli anni ’90 dopo l’arresto di Tsutomu Miyazaki, un serial killer che aveva ucciso 4 bambini e ne aveva mangiato il corpo. Miyazaki risultò essere un tipico otaku. Molti giornali pubblicarono una foto della sua camera, dove migliaia di videotape e di fumetti erano accatastati fino al soffitto, ricoprendo quasi interamente pareti e finestre della stanza. Di conseguenza, in molti, anche tra i giornalisti e gli uomini politici, hanno cominciato a pensare alla cultura di Otaku come al simbolo della patologizzazione dei problemi causati nelle giovani generazioni dall’uso dei media elettronici e dal linguaggio fortemente erotico e violento che in essi viene utilizzato.
La seconda causa è che gli otaku formano un gruppo sociale chiuso, ostile verso l’esterno. I loro comportamenti e i loro gusti sono rigidamente definiti: leggono libri di fantascienza, vedono programmi di animazione trasmessi in TV, frequentano regolarmente negozi specializzati nel quartiere di Akihabara, collezionano oggetti che fanno riferimento alla loro subcultura partecipando al Mercato di Comike. Queste attività costruiscono la loro identità comunitaria che non ammette permeabilità. La loro tendenza introversiva e difensiva è una reazione comprensibile ed inevitabile, vista le pressioni sociali di cui ho accennato prima, ma ha reso molto difficile agli intellettuali non-otaku comprendere la subcultura che essi andavano costruendo.
Takashi Murakami non fa eccezione. Come artista contemporaneo di fama internazionale, è considerato dalla comunità come un’entità esterna e molti lo attaccano furiosamente. Fujihiko Hosono, uno degli autori di comics più famoso ed influente del Giappone, ha pubblicato nell’autunno scorso un fumetto fortemente satirico in cui Takashi Murakami viene descritto come colui che sfrutta le idee di un povero otaku. Tenendo conto di questa forte diffidenza degli otaku verso tutti quelli che sono esterni alla loro comunità, questa mostra, soprattutto nella sua versione originale, presentata a Tokyo, ha un altissimo valore. Murakami è riuscito a collaborare con esponenti della cultura otaku e a far sì che essi collaborassero tra loro. Questa funzione della mostra può risultare trascurabile nel costesto internazionale del mondo dell’arte, ma voglio darle risalto, perché io credo che per godere della varietà di questa mostra, è indispensabile capire che lo sforzo organizzativo di Takashi Murakami non è stato condotto lavorando su un unico concetto, come il titolo di questa mostra potrebbe suggerire, ma si è basato sulla capacità di intessere relazioni e trovare mediazioni, gettando un ponte tra gruppi culturali differenti. I contesti Superflat sono molti.
La terza causa della difficoltà del mondo intellettuale giapponese nel comprendere la cultura degli otaku è la più importante e la più interessante, ma è anche la più complicata e si collega con un problema socio-psicologico dell’identità giapponese del dopoguerra.
Dalla fine della seconda guerra mondiale, i giapponesi hanno avuto difficoltà a dare valore alle proprie tradizioni culturali, per due motivi. Il primo è politico: in Giappone, la fierezza delle proprie tradizione e dell’identità nazionale era un’espressione della destra politica e si accompagnava alla volontà di dimenticare o di liquidare i “crimini„ militari giapponesi. Tutti gli intellettuali e gli accademici sono influenzati da ciò. Il secondo è più sociologico. Da una parte la cosiddetta tradizione giapponese, che si è espressa nella letteratura, o nelle arti come anche il sistema imperiale, è in realtà una costruzione storicamente recente, che va collocata dopo la rivoluzione Meiji; dall’altra la società giapponese contemporanea è stata profondamente europeizzata ed americanizata. Sommando questi due aspetti, il ritorno nostalgico verso il giapponesismo tradizionale, originale, o puro, suona come una falsificazione. I paesaggi giapponesi tipici nelle pellicole o nei fumetti contemporanei, sono zeppi di Seven-Elevens, McDonalds, Denny, fumetti, calcolatori e telefoni cellulari… tutte cose di origine americana. In più, il mio punto di vista, che voglio qui sottolineare - e la cultura degli otaku riflette chiaramente questa condizione mista, ibrida, meticcia - è che, paradossalmente, non possiamo trovare alcun Giapponesismo senza cultura pop americana del dopoguerra. Credo che la maggior parte dei intellettuali giapponesi abbiano una forte resistenza psicanalitica verso l’ammissione della questa circostanza…
La cultura Otaku è spesso considerata una sorta di erede della culturale tradizionale giapponese premoderna, principalmente della tradizione Edo. A questa derivazione è data risalto dai principali critici della cultura oOtaku come Toshio Okada o Eiji Otsuka. Secondo la loro tesi, la struttura dei manga o delle anime è notevolmente simile a quella del Kabuki o del Joruri dell’ era di Edo. La tesi di Takashi Murakami che potete leggere nel catalogo della mostra è simile. Vede una continuità tra Kano Sansetsu e Yoshinori Kaneda, pittori del XVII secolo, e le pellicole di animazione degli anni 70. Questa concezione può essere analizzata come variazione dell’idea prevalente che premoderno e postmoderno in Giappone sono direttamente collegati senza che sia stato necessario transitare per la modernità. Potete trovare questo cliché dappertutto nel postmodernismo giapponese.

Tuttavia, la realtà è più complicata.
Un chiaro esempio del carattere nazionalistico della cultura Otaku puo’ essere rintracciato nel film di animazione per la tv ”La corazzata spaziale Yamamoto“ trasmesso nella metà degli anni ’70 ed ancora molto popolare. La storia è classica: una nave spaziale con con il suo eroico equipaggio salva la Terra dall’attacco degli alieni. Ma quello che è importante notare è che i membri dell’equipaggio sono giapponesi, non stranieri, e che la storia dà risalto alla loro spiritualità ed alla filosofia del sacrificio personale, che senza dubbio si ispira a quella dei militari giapponesi del periodo antecedente alla guerra. Il nome della nave spaziale “Yamato” significa “Giappone” nel linguaggio poetico e l’astronave viene costruita recuperando lo scafo di una nave da guerra giapponese affondato nella famosa battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Le implicazioni sono evidenti.

La cultura degli otaku è una sorta di espressione collettiva del nazionalismo giapponese del dopoguerra, anche se si colloca in un contesto completamente invaso, traumatizzato, dalla cultura pop americana. Questo paradosso induce necessariamente negli artisti ed gli scrittori otaku ad esprimersi in maniera contorta, ambivalente, complicata e ad una sorta di di auto-caricaturizzazione delle caratteristiche giapponesi. Potete trovare questa distorsione ossessiva dell’identità anche nei materiali qui esposti ad esempio le sculture di Bome, le pitture di Takashi Murakami o le pellicole di Anno. Potrebbe essere interessante analizzare le metodiche che loro hanno attuato in questa distorsione, ma preferisco fare un altro esempio, al di fuori della mostra: un cartone animato, “Saber Marionette J”, trasmesso alla televisione giapponese parecchi anni fa. Il suo mondo riflette molto chiaramente la struttura della psicologia distorta del nazionalismo degli otaku.
La storia è una miscela di fantascienza e commedia di amore. È ambientata un pianeta in cui esisteno soltanto uomini, mentre tutte le figure femminili sono androidi, senza alcune sensibilità umana, e vengono chiamate marionette. La storia comincia con il protagonista che incontra tre marionette che sembrano avere un cuore umano. Comincia a vivere con loro, ma poi scopre che sono sono state costruite per essere sacrificate. Il loro sacrificio renderà possibile il ritorno in vita dell’unica donna sopravvissuta, fatta prigioniera di un intelligenza artificiale, ormai fuori controllo, che la tiene su di un satellite nello spazio. Gli esseri umani hanno progettato queste le marionette speciali, che simulano la presenza di un cuore umano per ingannare il computer: gliele offriranno in cambio della donna. Informato di questo progetto, il protagonista è costretto ad affrontare una scelta. Da un lato le marionette, che sono lì con lui, che fanno appello ai suoi desideri sessuali, che a volte lo ingannano mostrando sentimenti che in realtà non hanno. Da l’altro c’è una ragazza che è umana, ma che non ha mai incontrato, mai conosciuto in alcun modo, mai comunicato con chi ha un cuore vero. Noi possiamo non vedere nulla di particolarmente coinvolgente in questa scelta, ma guardandola con attenzione essa descrive in maniera piuttosto precisa la realtà di molti otaku. Possiamo quindi leggere Saber J come allegoria della loro realtà. È indicativo poi che il protagonista non può scegliere alcuna alternativa. La decisione verrà presa dalle marionette. Forse questo passività è una chiave per capire la mentalità degli otaku.
Tuttavia, più interessante nel contesto dell’odierna conferenza è il ruolo che nel cartone animato ha la cultura Edo. Il paesaggio della città futura in cui la storia si sviluppa è un simulacro di un paesaggio Edo ad immagine di un parco divertimenti. Ed è sintomatico perché, negli anni 80, all’inizio della postmodernità giapponese, l’era Edo e la sua cultura sono state riscoperte da molti scrittori, artisti e critici anche postmodernisti ed otaku. Il loro desiderio di coniugare la società postmoderna degli anni 80 ‘ e il premodernismo Edo può essere facilmente spiegata una volta che si riconosce il processo di cui abbiamo parlato precedentemente dell’ addomesticazione della cultura americana del dopoguerra. Nella metà degli anni ’80, molti giapponesi sono stati affascinati dal loro successo economico e sono stati tentati dal cancellare o dimenticare la traumatica memoria della sconfitta nella seconda guerra mondiale. La rivalutazione della cultura di Edo è richiesta socialmente in una tal atmosfera.
Questa tendenza non ha prevalso solo in Giappone ma è stata sostenuta da alcuni critici stranieri. Alexandre Kojeve, un filosofo francese di scuola hegeliana, vi fa spesso riferimento perché ha interpretato l’epoca Edo come precursore della società postmoderna dopo “la conclusione della storia„. Roland Barthes, un altro critico francese, vede la tradizione giapponese come realizzazione di postmodernismo. Possiamo aggiungere molto altri nomi a questa lista, per esempio, Wim Wenders, William Gibson, rem Koolhaas ecc. Il Giappone è stato lungamente rappresentato come miscela del premodernità e del postmodernità nel discorso occidentale in questi 30 anni. Questo genere “di Orientalismo„ è stato importato nuovamente nella società giapponese negli anni ’80 e da allora i giapponese stessi hanno cominciato a spiegare la loro realtà postmoderna basandola sulla loro tradizione premoderna relativa all’epoca Edo. Tuttavia, è mio parere, che l’elemento psicosociale più profondo, che sottende questa tendenza è il desiderio (impossibile) di negare l’influenza culturale americana del dopoguerra. La postmodernità è arrivata dagli Stati Uniti anche se i giapponesi l’ ha voluta far discendere dalla loro tradizione nazionale. La cultura di Otaku inoltre nasce da questo desiderio.
In questo contesto, potete vedere facilmente la posizione paradossale di questa mostra Superflat. La cultura Otaku è il risultato della giapponesizzazione della cultura pop americana. Tuttavia, Murakami intende qui portarla di nuovo alla sua origine, cioè riamericanizzando la cultura degli otaku, riamericanizzando la cultura americana giapponizzata. “Superflat„ non è un erede autentico del pop ma ma il suo ibrido, misto, falso bastardo.
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