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Ve l’avevo detto, io non leggo romanzi, leggo saggi. E “I Barbari” è un saggio, ma con tutti i difetti del romanzo e del saggio messi insieme: un saggio scritto da uno scrittore. Mia sorella direbbe che è il tipico libro scritto da un italiano. O meglio, non so se lei lo direbbe, ma mi sono venute in mente le sue parole mentre lo leggevo: non riesco più a leggere libri scritti da italiani…Perché credo che Baricco qui mostri uno dei tratti più fastidiosi dell’intellettualità italiana: una prevedibile presunzione. Che ti puoi aspettare da Baricco? la presunzione, e lui non ti delude. Detto questo, il libro di Baricco, proprio tramite la sua prevedibile presunzione, mentre lo leggi e dopo che hai finito di leggerlo, lavora dentro di te. Il suo tratto più eloquente, quella prevedibile seduzione attuata con la presunzione, ormai limata dal passare degli anni, è il suo grimaldello. Lui tenta di sedurti con le sue teorie e in parte ci riesce, in parte gli risesti. Per sedurti ha usato una prosa sufficientemente chiara per poterti catturare e sufficientemente oscura per poterti trattenere. Oscura in ciò che omette, in ciò che tralascia e che stende un velo ancora più seducente sulle sue idee. Perché parlo di questo, invece che delle idee che nel saggio Baricco enuncia e ripete, nasconde e chiarisce? Non lo so bene. Forse perché questo gioco che lui fa con il lettore è più importante delle idee di cui parla, forse perché in questo gioco è svelato molto più di quel fastidio che in un primo momento induce. Baricco parla di mutazioni, di come i prodotti culturali e i luoghi in cui questi vengono distribuiti stiano mutando. Lo fa ricucendo, per non dire rubando, una serie di idee che vengono da altri luoghi, da fonti che  fa intravedere ma che non cita mai. Scrive come se stesse fornendo una teoria interpretativa del reale, mentre in relatà parla di una piccola fetta di realtà. Lo dice all’inizio:

” Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per “qui intorno” intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io: persone che hanno studiato, narratori, gente di spettacolo, intellettuali, cose così. Un mondaccio, per molti versi, ma alla fine è lì che le idee pascolano, ed è lì che sono stato seminato. Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”

Dunque Baricco parla del suo piccolo pezzo di mondo, della zolla di terra su cui sta seduto, perché la ritiene una zolla significativa: partendo da lì è sicuro di avere le chiavi che gli apriranno l’accesso a quel nuovo mondo che da qualche parte ha letto che si sta formando, o che già vive.

Bene, credo che questo gioco che ogni intellettuale che abita la mia stessa zolla di terra fa, non possa funzionare, non può funzionare fino in fondo. Guardando dal buco della serratura dello sgabuzzino in fondo al corridoio non puoi vedere i fiori del giardino, né i coltellacci in cucina. E’ inutile: anche se origli i discorsi dei grandi, nascosto sotto le coperte del tuo lettino, anche se ti avventuri e cerchi di spiare tua sorella che si fa il bagno nella vasca, non potrai capire più di tanto il mondo che ti aspetta.

Ma Baricco lo fa. Almeno lui lo fa. E quindi anche in italiano abbiamo un compendio su cosa la borghesia di sinistra della periferia dell’impero pensa che stia succendendo nel ventre molle della Terra. Ed è interessante. Lui dice che nella nuova era la gente, ormai stanca di procedere all’esplorazione delle profondità delle cose, visti i pericoli che si corrono e che l’Occidente ha corso con le guerre e le rivolzioni, visto il dolore che si genera, cerca di collezionare esperienze non troppo invasive, tanti piccoli momenti di luce, per formare una tessitura che possa dare un senso alla vita.

Quel che dice Baricco dopo aver letto di fisica e di Google è tutto vero, è tutto nella realtà, eppure non è la Realtà, non è la Teoria Unica del Reale, non spiega la Storia. Come ogni bravo studioso di letteratura e di musica e di ogni qual si voglia prodotto culturale, lui piega la Storia, la distorcie, la saccheggia, non la rispetta tutta quanta, perchè tutta quanta non ci sta dentro la sua teoria, che pure è importante. Dimentica quel che aveva detto all’inizio “Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”

Cosa c’entra Murakami con tutto questo? Non lo so bene, ma qualche cosa c’entra. Murakami e Terzani sono i miei compagni di viaggio per ciò che attiene alla parola scritta. Parlano di mondi differenti tra loro: uno guarda dentro, l’altro guarda fuori, ma lo fanno in modo onesto. Se devono sedurre qualcuno, non credo che lo facciano, o l’abbiano fatto, utlizzando carta e penna o dita e tastiera. Questo gli permette di essere un po’ più onesti. A mio avviso molto più onesti. E l’onestà è importante quando vuoi capire, che tu lo faccia raccontando una storia o prendendo di petto la Storia e raccontandola per filo e per segno così come te la vedi scorrere davanti.

foto NinoR. Manifestazione per richiedere il rilascio del permesso di soggiorno per tutti!

Uno dei personaggi del libro, il tenente Mamiya, smise di vivere il giorno in cui fu strappato al suo pozzo. Dentro al pozzo in cui era stato gettato durante la guerra aveva visto una luce, un momento di luce che valeva la vita intera. Quella luce era stata così intensa, quel momento così pieno, che a nulla più valeva il resto del tempo che gli restava. Mai più nella vita aveva provato felicità. Si chiedeva il perché di tutto questo, ma per ciò che era in suo potere non poteva far nient’ altro che continuare a vivere una vita senza vita.

Una luce accecante in un momento di vuoto e poi più nulla…

è una tentazione costante, ma ho avuto un professore africano che mi ha insegnato un detto della sua terra che dice: ”La Vita è la vocazione dei viventi e, in modo particolare dell’essere umano. E’ una sola e va vissuta nella pienezza“.

Può sembrare poco, può sembrare semplice, ma è tutto qui, per me, il destino che ho da vivere. Con fatica, evitando di credere che l’unico modo per resistere alle onde che mi travolgono sia quello di scomparire. O di calarmi in un pozzo dove l’unica cosa che può raggiungermi è un raggio di luce accecante.

AYA TAKANO

E’ già un po’ che ho finito di leggerlo.  E’ una favola. Una favola in cui l’eroe vuole salvare la sua principessa, sconfiggendo il drago, il mostro crudele, con la sola forza della sua convinzione. Con la sola forza del pensiero. Non posso dire con la forza dell’amore, perché d’amore Murakami non parla mai. I personaggi sono avvolti da legami troppo leggeri  e persistenti per riconoscere in essi l’amore.

Il protagonista del libro spera di poter comprendere il mistero che avvolge il cuore di sua moglie, Kumiko, e di poter in questo modo sciogliere l’incantesimo che li separa. Per farlo, utilizza le connessioni che la sua mente riesce a cogliere e i percorsi sotteranei che si schiudono quando si immerge dentro ad un pozzo.  La  dedizione alla missione che compie lo porta alle soglie della vittoria. Affronta il grumo nero sepolto nel cuore di Kumiko, ma non riesce a sciogliere il nodo dolore e di malvagità che lega ogni membro la famiglia della moglie. Solo Kumiko potrà farlo e promette che lo farà, ma il tempo della favola è finito. Il nostro eroe ha concluso la sua missione senza ottenere il ritorno della sua bella.

Ho creduto a lungo nella forza della mia intenzione. Adesso ci credo un po’ meno. La vita è molto più complicata e interessante di come te la raccontano nella favole, di come te la immagini da bambina. Non credo che ci sia nulla che tu possa fare in un pozzo. Certo è importante dare spazio ai pensieri, ai percorsi che costruiscono e che svelano, e per questo ci vuole tempo. Bisogna dare tempo ai pensieri. Ma non credo nella teoria del pozzo, benché la pratichi. Passo giornate intere e settimane ferma, finché i pensieri si schiariscono. Immobile alla vita, come nel fondo di in pozzo asciutto. Ma basta provare a mettere in fila le parole guardando negli occhi qualcuno che ti ascolti per arrivare molto più in là. Per quanto mi riguarda spesso scendo nel pozzo che ho scavato nel mio giardino, ma è solo per mancanza di interlocutori. Anche una passeggiata è più efficace, ma ci vorrebbe un po’ di vita che ti scorre intorno, di vita naturale, intendo. A volte basta il fiume. 

Io amo Haruki Murakami e mi piace passare il tempo insieme a lui. 832 pagine in sua compagnia sono state comunque un regalo, e lo ringrazio.

Qui di seguito pubblico il commento che Francesca ha scritto alla pagina Murakami, per te.

 

“Il mio incontro con Haruki Murakami  e con il suo primo romanzo che ho letto avvenne in un modo del tutto casuale.
Dopo “ON THE ROAD”  di Jack Kerouac ero rimasta affascinata dalla figura di Neal Cassady, uomo chiave della Beat Generation. Così vagando in rete trovai un blog con foto di Neal Cassidy e, in un post a parte,una citazione di Haruki Murakami.
Ciò che era scritto in quel blog mi colpì profondamente e qualche giorno dopo uscì a comprare il libro.
Era la fine di novembre e lo lessi in pochissimo tempo, sebbene avessi dovuto sostenere un esame di lì a poco.
Fui letteralmente presa dal procedere del racconto, dal modo con il quale l’autore riusciva a toccare i punti più nascosti del mio animo con uno stile molto semplice eppure inconfondibile.
Colui di cui parlava Murakami ero io: un essere slegato dal resto.
Anche io come il protagonista ero caduta in una strana forma di solitudine così forte da farmi perdere il contatto con il mondo…anche io avevo perso molte persone, e ad ognuna di loro avevo dato una parte di me che loro, andandosene, non mi hanno più restituito. Questo non aveva fatto altro che nutrire una forma di diffidenza, diciamo, che mi aveva allontanato dagli altri. Di loro non ricordavo e non ricordo nulla, non mi era e non mi è rimasto niente, se non un  pò d’amaro da qualche parte dentro il mio cuore.
“Quando era stata l’ultima volta che avevo amato qualcuno davvero? Molto tempo fa. Tra una glaciazione e l’altra. In qualche fase del giurassico.Un passato di cui non restava più nessuna traccia: cancellati per sempre i dinosauri, i mammut, le tigri dai denti a sciabola…”
Anche io ero rimasta intorpidita in uno stato di sospensione temporale in cui i giorni erano tutti uguali, in cui non capitava mai nulla…..non c’era musica o forse nn la sentivo, non arrivava distintamente…
e poi? scoprire la possibiltà di un disgelo, di riacquisire lentamente il ritmo con ciò che accade con l’evolversi della storia mi rincuorava…. Forse anche io potevo farcela.
La storia d’amore fulminante che il protagonista vive mi aveva fatto un pò sognare…..io ho un pò più di 23 anni e l’uomo che da tempo osservo (da lontano!!!) un pò meno di 34, come nel libro……
Però…….adesso dico questo romanzo mi ha dato tanto, ma il modo con il quale si conclude, il fatto che il coronamento dell’integrazione del protagonista con il mondo avvenga tramite un’altra persona mi ha lasciato un pò perplessa……..cioè un romanzo è un romanzo, c’è un lieto fine che però nella vita è difficile emulare, per quanto ci sforziamo di farlo………ognuno di noi intraprende il difficile cammino della vita, ognuno di noi si innamora, viene mollato, si innamora di nuovo, c’ha degli amici, poi li cambia etc etc….però gli altri costituiscono un legame così flebile, così facile da spezzarsi………..ed è così difficile trovare persone che riescano a legarci………per cui il mio cammino di “rinascita” che avevo inizialmente intrapreso alla fine del libro è stato in qualche parte, per motivi di contingenza, deluso….io ero pronta, ma il mondo ha continuato ad offrirmi poco……forse non devo avere fretta ma ..contemporaneamente mi dico  ”sono sola e
devo cavarmela da sola”, gli altri non c’entrano, l’amore non c’entra, non è una cosa che dipende da noi, non è una cosa che dipende totalmente da noi……….noi dobbiamo risolverci con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione, non c’è sempre qualcuno disposto ad amarci e aiutarci e a salvarci……. anzi non c’è quasi mai.

Lo sto leggendo!

Sono a pag.295. Quando arrivo alla 832esima vi proverò a dire cosa è successo, nello scorrere delle pagine e dei miei pensieri.

Ok, non sono stata ai patti, non ho scritto nulla su Dance Dance Dance. Ho lasciato che passassero settimane e non ho scritto nulla. Forse non avevo voglia di fare il lavoro certosino che mi ero proposta.  Un capitolo a settimana: rileggere, sottolineare, chiosare e trarne delle annotazioni. Una parte di me lo sentiva come un noioso esercizio di presunzione. E poi c’è stato altro. Presa dalla foga della fan neofita mi sono fiondata in libreria  e ho comprato un altro romanzo di Murakami, contravvenendo a due, preziose, regole. Una me l’ ero data io stessa: la prima lettura andava fatta sui volumi delle Biblioteche del Comune di Roma, emerita istituzione che mi fa sentire cittadina di una repubblica socialista sovietica. Migliaia di volume a disposizione, gratuitamente, di chi li vuol leggere. Lettura gratuita, dunque, e che impedisce qualsiasi intervento di penna o matita sul volume. Lettura di immersione. La seconda regola, non mia, ma che forse il buon senso doveva suggerirmi, era quella di far passare un po’ di tempo, di dare un po’ di respiro perché Dance Dance Dance si sedimentasse nei miei pensieri, prima che un nuovo romanzo cercasse di trovare spazio nella mia mente.

Dunque, lettura azzardata di un nuovo romanzo: La ragazza dello Sputnik.

Nel nuovo romanzo non c’era nulla da sottolineare. L’ ambientazione, glamour, era deludente, eppure… Non ho mai letto niente di più triste. Niente che mi riportasse con simile precisione al nodo della mia tristezza: la solitudine, la condanna ad una solitudine che può essere guarita da un solo essere vivente, unico, preziosissimo esemplare della razza umana che sa radicarci alla realtà, che ha il dono di aprirci alla vita.

La lettura de La ragazza dello Sputnik mi ha lasciato in uno stato di prostrazione che in agosto, io, non posso permettermi. Agosto lo passo a Roma, da sola, completamente sola. Ho deciso quindi di tenermi lontana da qualsiasi cosa fossa riconducibile a Murakami e di buttarmi nella lettura di Tiziano Terzani. T.T. è una compagnia che mi rasserena. Leggere i suoi libri è per me come starmene al caffé a sentire i racconti eccessivi di un uomo dominato dalle sue passioni eppure estremamente onesto, sincero e dotato di un amore per la vita che può curare qualsiasi mia evaporazione.

E qui arriviamo al punto.

Da sempre soffro di un fenomeno che quando ero piccina era un vero e proprio disturbo di percezione spazio temporale. All’epoca lo chiamavo Velocite. Mi succedeva invariabilmente quando mi trovavo da sola, mi sentivo sola. Era un sensazione che si insinuava dentro di me e da cui nelle prime fasi potevo uscire con le mie sole forze, ma che in un secondo momento non riuscivo più a controllare. Allora dovevo ricorrere a mia sorella. A volte bastava la sua voce, a volte era necessario che mi prendesse la mano, che mi sfiorasse un braccio. La Velocite era una sensazione paurosa ed affascinante. Ciò che accadeva intorno a me, da prima al mio esterno, poi nei miei pensieri, diventava contemporaneamente molto veloce e molto espanso, lento. Le sensazioni tattili mi rimandavano la percezione che le parti del mio corpo fossero molto piccole e nello stesso tempo immense. Crescendo, sono guarita dalla Velocite,  è subentrata, però, la sensazione di evaporare, di perdermi, di svanire, di perdere il contatto con la realtà così com’è. Quando mi sento sola, quando non so dove siano le persone che mi legano a questo mondo, ho la sensazione di essere un palloncino che rischia di scomparire nel cielo, ho bisogno che la mia Fata Turchina faccia il suo incantesimo e comparendo mi leghi a questo mondo. La mia Fata Turchina ha i baffi ed è un uomo sensibile, ma pratico e mi ci è voluto molto per convincerlo che i miei stati di evaporazione non erano capricci molesti, ma moleste esperienze con cui combattevo ogni giorno e che solo a volte mi trovavo costretta a ricorrere al suo aiuto. Ma questa è un’altra storia.

Dopo aver letto molte pagina in compagnia di T.T., dopo aver passato giorni interi senza avere contatti con nessuno, sono arrivata ad una conclusione, o meglio ad uno spiraglio di realtà interessante, rasserenante.

Ho capito quanto sia prezioso lo scorrere del tempo: il passato, il presente e il futuro, il tempo tutto insieme, a formare la tua esperienza, a permetterti di esistere. Ho capito quanto tutto questa succeda, inesorabilmente, e che basta accorgersene per essere più tranquilli. Ho sempre percepito il presente come un incursore che spara su di te eliminando il passato. Tutto può rinascere in ogni istante, tutto può svanire. Gli altri, i miei legami, quelle persone che contro ogni mia previsione profonda, restavano, sono restati erano tutto ciò che rendeva la mia vita un procedere dal passato al presente, forse verso il futuro, ma io, da sola, non riuscivo a percepire la realtà del tempo. Leggendo Murakami e poi Terzani, ho visto altre vite, ed è stata una grande lezione. Murakami, come me, ha bisogno di quei preziosi e rari legami per avere accesso al presente, nella sua brillantezza. Murakami, come me, ha accesso a diversi mondi temporali e da solo non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. Lievemente, da Giapponese qual è, aspetta che qualcuno arrivi e gli apra le porte di un mondo di cui lui non ha le chiavi. Condividere la stessa difficoltà nel vivere con qualcuno, è un passo importante. Ti fa sentire più forte la tua natura di essere umano, di dà spunti per capire ciò che ti succede e quale sia la direzione in cui cercare. Tiziano Terzani, solo alla fine si è trovato a farsi domande sulla propria natura e intanto ha vissuto, ha vissuto la Storia, l’ha cercata, annusata, ha lasciato che gli stravolgesse l’esistenza, l’ha cercata poi in tutto ciò che la vita gli aveva regalato, ha cercato il filo della Sua storia. Ha sempre vissuto nel tempo, nel cambiamento come nella sedimentazione, e con questo ha avuto in dono la varietà, la molteplicità dell’esistenza. Ho creduto di vedere nella sua vita quest’insegnamento, lo stesso che è racchiuso nelle pagine di Dance Dance Dance: solo se accetti che la tua esperienza si snodi nello scorrere di questo universo temporale, in cui il passato, il presente e il futuro sono collegati con un ritmo ben preciso, solo se danzi, solo se non smetti di danzare al ritmo del tempo che scorre, troverai la strada che ti conduce alla realtà, quella realtà brillante, piena di luce che illumina le mille sfaccettature di cui è composta.

Pag. 8

Questo posto non è solo un albergo, è uno stato mentale. Uno stato mentale che ha assunto la forma di albergo. Rimetterci piede significa confrontarsi con le ombre del passato.

Il primo capitolo contiene gran parte delle linee di sviluppo del libro e introduce le suggestioni teoriche ed etiche che ci accompagneranno lungo tutto il racconto. 

Fin dalla prima riga veniamo guidati alla scoperta dell’ Albergo del Delfino, snodo spazio temporale che separa due universi percettivi, l’uno legato allo scorrere del tempo, alla realtà, ai legami tra individui; l’altro galleggiante in un limbo dove una forma di vita orfana, estinto il suo vettore evolutivo, è rimasta sospesa, immobile.

Continua prossimamente

Non leggo quasi mai romanzi, non è il mio genere di lettura. In bagno leggo le avvertenze dei medicinali e le istruzioni per l’uso di creme e detersivi, a volte i cataloghi di Ikea. Prima di dormire qualche pagina scritta da buddisti vari: tibetani, vietnamiti… bastano poche righe per scivolare nel sonno.

Dance Dance Dance. L’ho tenuto sul comodino per molto tempo. Lo aprivo a caso e leggevo qualche pagina. Era meglio di qualsiasi saggio buddista: l’atmosfera più avvolgente, la trama più evanescente. Quando non ho più trovato pagine nuove aprendolo a caso, ho letto la prima pagina e ho continuato fino alla fine. Poi ne ho regalato una copia ad un divoratore di libri di Stephen King - il divoratore è una persona molto saggia, ma ha alcune piccole, riprovevoli manie - e ho ricominciato a leggerlo ancora una volta, usando il mio volume come blocco per appunti e annotazioni. Contemporaneamente ho pensato di mettere le mie riflessioni su di un blog. Faccio blog per qualsiasi cosa e ne faccio alcuni anche per persone o gruppi che svolgono attività certo più utili delle mie. Alcuni fanno cose decisamente degne di nota e per me, renderne edotta la Rete, è un privilegio.

Comunque, stavolta avrei fatto un blog letterario, iniziando dal capitolo 1, decisa ad arrivare al 44.

Frammenti di specchio

 Credo che vivere voglia dire cercare di comporre l’immagine caledoscopica della propria natura. Guardare a sé stessi e al mondo che ci circonda dai molti angoli visuali che la nostra anima si porta dentro. E farlo con coraggio e gentilezza e coscienza della trama che ci lega con tutto ciò che esiste. La Rete dà la possibilità, a chi ama scrivere o fare foto o qualsiasi altra cosa, di mostrare ogni volta un pezzo di sé. Mostrare è un po’ come dare alla luce, come dar vita, ad ognuno di questi aspetti che dentro di noi attendono di poter vivere e agire ed entrare in contatto con il mondo che è fuori. Nell’antichità esistevano i miti che ci parlavano di questa molteplicità dell’esistere. Divinità umane che descrivano la nostra natura e che intrecciavano i loro destini nel “variegato mosaico degli incroci possibili”. In molte culture questa sapienza ancora esiste, ancora è viva, non è stata uccisa dall’ossessione di ricercare una sola via, valida per ognuno, nei tempi e nei modi. Molti anni fa ho fatto un sogno: ricordo una zattera nel mare, scintillante, e un frammento di specchio che rimandava la sua immagine del mondo e che poi si riuniva ad altri frammenti. Ho sempre creduto di dover andare a guardare, ad indagare, quelle immagini tutte diverse ed ugualmente vere, che andavano a comporre l’immagine del tutto, vera di un’altra consistenza del vero. A volte, alcune persone mi hanno mostrato una vita che si dirigeva in quel senso. Vite fatte di gentilezza e coraggio. Le ho trovate in Italia, in Brasile, in Africa o in Giappone, senza dover mai viaggiare.  Le ho trovate ascoltando racconti, guardando film, leggendo libri o pagine web e qualche volta le ho incontrate davvero, ma allora non ho mai avuto il coraggio di parlare con loro.

Guardare a fondo le pagine di Haruki Murakami, per me,  è come viaggiare in quello spicchio di mondo, di realtà rarefatta, che è sua quanto mia. Nella continua possibilità di perdere il contatto con il tempo che ci lega a questa vita, per venire assorbiti da un luogo in cui il nostro cuore piange per noi. Ed è come passeggiare in compagnia della nostra naturale capacità di essere ciò che siamo senza nessuna particolare attrazione per il divenire, con un artificio, altro da noi. Non è poco ed solo l’inizio, il mondo racchiuso nel prima libro che ho letto: Dance Dance Dance.

In questo Blog, raccoglierò le suggestione e i rimandi che incontrerò nelle pagine dei suoi libri. Cercherò di farlo con metodo. Libro per libro, un capitolo a settimana, finché ne avrò voglia. Vivrò la mia vita in Giappone in compagnia delle sue parole e vivrò la mia vità di critica letteraria, attenta, scrupolosa o distratta in compagnia delle parole che Giorgio Amitrano ha messo in fila, l’una accanto all’altra, per noi che abitiamo qui.